Gianluca Borrelli spiega cos’è l’Obamagate: ecco di cosa si tratta

Tratto dall’analisi di Gianluca Borrelli su TermometroPolitico.it

Obamagate: sicuri di aver capito di cosa si tratta?

Questo termine è diventato virale da quando lo ha twittato il Presidente Donald Trump, ma perché Trump lo ha scritto?

Partiamo pubblicazione delle trascrizioni degli interrogatori fatti tra il 2017 e il 2018 dalla commissione “Intelligence Oversight Committee” (sostanzialmente la commissione di controllo dei servizi segreti). In questi atti si fa riferimento ad un coinvolgimento diretto dell’ex-Presidente Barack Obama relativamente al caso delle indagini sul generale Michael Flynn, all’epoca in procinto di entrare nell’Amministrazione Trump in qualità di DNI (Director of National Intelligence).

Questi atti erano secretati e non si era mai riusciti a renderli pubblici per via di molte ostruzioni da parte di alcuni importanti personaggi, qualcuno di essi persino nominato da Trump. In particolare quello che negli ultimi tempi aveva cercato più di tutti di evitare queste pubblicazioni è stato Christopher Wray (un Repubblicano), capo dell’FBI, nominato nel 2017 da Trump per sostituire James Comey (anche lui Repubblicano, che era stato nominato da Obama).

La questione Flynn era legata al tentativo di palesare una collusione tra Trump e la Russia, in modo da dimostrare che le elezioni del 2016 erano state viziate e quindi da cancellarne il risultato, come se non fossero mai esistite. In un modo o nell’altro volevano mandare via Trump dalla Casa Bianca. Dimostrare che Flynn era colpevole era un primo passo importante per cercare di dimostrare la colpevolezza di Trump. La scoperta di documenti fino a poco tempo fa tenuti segreti ha ribaltato il tavolo, ed ora quello che rischia di più non è Trump ma Obama.

Informazioni da tenere a mente

Ci sono alcune cose molto importanti sul funzionamento della politica americana che molti non sanno, ma che bisogna conoscere per seguire gli eventi che ci accingiamo a raccontare: le elezioni negli Stati Uniti si tengono il primo martedì utile del mese di novembre di ogni anno bisestile. Il primo giorno del mese non è considerato utile, quindi le date oscillano dal 2 all’8 novembre. Questo meccanismo funziona dal 1848, senza eccezioni. Il vincitore viene dichiarato “presidente eletto”, ma non entra in carica fino al 20 gennaio dell’anno seguente, quando si tiene il giuramento

Donald Trump è stato dichiarato presidente eletto il 9 novembre del 2016, ma ha iniziato il suo mandato il 20 gennaio del 2017. Fino a quel momento è rimasto in carica Obama con pieni poteri. Ci sono quindi circa due mesi e mezzo di “interregno”. Questo dettaglio, che non tutti conoscono, come vedremo, è fondamentale per lo sviluppo dell’Obamagate, perché i fatti contestati relativamente al caso Flynn sono avvenuti durante questa finestra temporale.

A differenza di quanto si crede il Presidente (anche dopo il giuramento) non è affatto un monarca con “pieni poteri”. Certo ne ha molti, ma su molte cose deve ricevere l’approvazione del Congresso. In particolare lui può nominare chi vuole per una qualsiasi carica del suo gabinetto, ma la nomina deve essere ratificata dal Senato. La Camera (la House of Representatives) invece, agisce più sulle questioni riguardanti il budget federale e non sulle nomine, ed ha altre caratteristiche. Questo tornerà utile per capire anche perché, nel 2018, con le elezioni di “midterm” (medio termine) Trump si è focalizzato solo sul Senato, ignorando quasi del tutto il rinnovo della Camera. È importante sapere che, pur avendo formalmente i Repubblicani la maggioranza al Senato (51-49, diventati poi 53-47 dal 2019), Trump ha avuto non poche difficoltà a fare approvare i membri del suo gabinetto.

Trump è molto amato dagli elettori Repubblicani (oltre il 90% lo approva), ma non dai politici Repubblicani, ai quali, nel 2016, ha tolto la scena in modo completamente inatteso. Il fatto che un personaggio politico si dichiari “Repubblicano”, non vuol dire che sia certamente vicino a Trump, anzi. Questo è forse il punto più importante e al tempo stesso il più ignorato dalla stampa italiana. Il Partito Repubblicano (spesso abbreviato in GOP) pur essendo il Partito di Trump era, ed è, pieno di gente che letteralmente lo odia (i c.d. never-trumpers). Dei nemici acerrimi che lui si è creato negli anni, soprattutto durante le primarie repubblicane. Se non si conosce questo fatto non si riesce a comprendere perché ci sia voluto tutto questo tempo per fare emergere questi dettagli, e non si comprende perché Obama abbia rischiato tanto. Evidentemente sapeva di avere le spalle ben coperte anche da alcuni Repubblicani che non vedevano l’ora di vedere cadere Trump (senza che la responsabilità fosse attribuibile a loro, ovviamente, altrimenti la base elettorale li avrebbe linciati). 

Ad uno sguardo esterno, superficiale, il GOP infatti sembra unito. Invece al suo interno c’è una lotta feroce tra correnti che ricorda un po’ la nostra Democrazia Cristiana. Chi non comprende questo punto essenziale non può capire cosa è successo davvero. Trump non lotta solo contro i Democratici, gli uomini delle istituzioni nominati dai Democratici, contro i media mainstream (la CNN, la MSNBC, il Washington Post e il NYTimes). Trump ha lottato soprattutto contro una parte consistente del Partito Repubblicano che ha cercato in tutti i modi di aiutare i Democratici a farlo fuori, cercando per di non uscire troppo allo scoperto.

Come si arriva all’Obamagate — Le “carte” di Granell

Cosa dicevano esattamente quelle carte che Richard Grenell ha portato all’Attorney General (qualcosa di simile al nostro Ministro della Giustizia) William Barr?

Cosa era stato chiesto in quelle udienze a porte chiuse della commissione sui servizi segreti? Le domande erano tutte a proposito del Russia-Gate e della presunta collusione tra Trump e Putin. E che cosa si è scoperto leggendo queste audizioni segrete? Che nessuno dei protagonisti aveva la benché minima prova che Trump avesse avuto contatti con i russi, né lui ne i suoi collaboratori. Per dimostrare la collusione tra Trump e i Russi le indagini si erano concentrate su quattro collaboratori: Papadopoulos, Flynn, Carter Page e Manafort. Il nome in codice di questa operazione era “Crossfire Hurricane” (nome preso da un Documentario sui Rolling Stones).

Alla base di questa operazione, per giustificare l’apertura di queste indagini, oramai è chiaro che c’era solo il deprecato “Dossier Steele“. Dossier creato da un ex-agente segreto britannico, Christopher Steele, su richiesta di una società legale chiamata Fusion GPS, il cui capo si chiama Glenn Simpson (personaggio misterioso e molto difficile da interrogare). Per Fusion GPS lavora anche Nellie Ohr, moglie di Bruce Ohr, all’epoca il “numero 4” dell’FBI, che avrà un ruolo importante per reinserire in circolo il dossier che era stato inizialmente rifiutato dall’FBI.

La Fusion GPS viene finanziata con 12 milioni di dollari da Hillary Clinton e dal DNC (il comitato nazionale del Partito Democratico statunitense) per fare una ricerca (opposition research) contro Donald Trump. Curiosamente, la Fusion GPS aveva iniziato questo suo lavoro nel 2015 per mandato del Washington Free Beacon, finanziato da Paul Singer, che al tempo stesso ha finanziato le campagne elettorali presidenziali sia di Jeb Bush che di Marco Rubio. Dietro il famigerato Dossier Steele c’erano inizialmente la famiglia Bush e Marco Rubio, i rivali di Trump alle primarie repubblicane. Solo in un secondo momento sono subentrati i Clinton, apportando denaro fresco alla causa (i famosi 12 milioni sopracitati).

Il dossier contiene materiale non verificato a detta dello stesso autore, e proveniente da agenti segreti russi pagati da Steele coi soldi ricevuti da Simpson, a sua volti avuti da Hillary Clinton. Se già a questo punto vi chiedete come mai un dossier pagato da un avversario politico (e non verificato) possa essere usato per una indagine segreta dell’FBI e per una campagna di diffamazione a mezzo stampa durata per anni, senza che nessuno si chieda la legittimità di tutto questo, non siete i soli. Glenn Simpson si trova al centro anche di un altro episodio chiave. Il meeting alla Trump Tower

Il meeting alla Trump Tower

A metà del 2016 il figlio di Trump, “Don Junior“, incontra una avvocatessa russa che promette di avere delle prove contro la Clinton. Ovviamente era solo un adescamento, lei non aveva assolutamente nulla da dire. Questa avvocatessa, di nome Natalia Veselnitskaya, cena con Glenn Simpson sia la sera prima che la sera dopo l’incontro alla Trump Tower

Una curiosa coincidenza che fa sospettare l’ennesima trappola. Anche qui ci sarebbe da chiedersi come mai, se Hillary Clinton può pagare 12 milioni per fare creare un dossier da agenti segreti inglesi e russi, Don Junior non possa incontrare qualcuno che promette di avere documenti contro la Clinton. Perché se lo fa la Clinton, pagando agenti russi, si chiama “opposition research” ed è legale, mentre se lo fa il figlio di Donald Trump, senza pagare nessuno, si chiama collusione e tradimento?

Anche questa è una bella domanda e la risposta è sempre la stessa: dipende dal “colore” politico. “Per i nemici le regole si applicano, per gli amici si interpretano”. Chi è spettatore esterno e disinteressato può farsene una propria opinione.

Dalle carte de-secretate si capisce che i vari componenti dei Dipartimenti di Giustizia uscente, DOJ, FBI e CIA, scelti da Obama, la mattina venivano interrogati sotto giuramento in sessioni segrete dalla Commissione di controllo dei servizi segreti della Camera e dicevano di non avere prove; la sera andavano in TV sulla CNN e sulla MSNBC a dire che le evidenze erano” chiare ed inequivocabili” contro Donald Trump.

Nessun hackeraggio dei russi

C’è la conferma che nessuna agenzia ha mai verificato che il server di posta del DNC (il comitato nazionale del Partito Democratico) sia stato hackerato dai russi, perché a nessuna agenzia pubblica è mai stato permesso di metterci le mani sopra.

Ad essere incaricata è stata la società privata Crowdstrike (che qualcuno ricorderà perché Trump aveva chiesto aiuto al Presidente ucraino a proposito di questo). Il capo di Crowdstrike si chiama Shaun Henry e lui non ha mai detto di avere le prove che fossero stati i russi. Praticamente, non esiste alcuna prova da nessuna parte che le email di John Podesta (che, ricordiamo, dimostravano come il Partito Democratico americano avesse truccato le primarie per favorire Hillary Clinton a scapito di Bernie Sanders) siano state hackerate dai russi.

Julian Assange, di Wikilieaks, che ha reso pubbliche quelle email, ha sempre negato di averle ricevute dai russi. Più probabilmente si è trattato di un’attività interna. Una perizia, che è filtrata, stabiliva che il tempo di download fosse di 87 secondi per 1976MB di dati. È più simile al tempo di trasferimento dati su una chiavetta USB, piuttosto che di un hackeraggio trans-oceanico. È più probabile, quindi, che sia stato un impiegato del Partito Democratico, furioso per il fatto che Bernie Sanders fosse stato trattato in quel modo. Alcune teorie cospirative collegano questo evento alla morte misteriosa di tale Seth Rich.

Mentivano tutti

Di sicuro, dai documenti ufficiali, una cosa si capisce: quando dicevano di essere “sicuri” che fossero stati i russi mentivano. Tutti.

Uno di quelli che più sosteneva questa tesi sul coinvolgimento dei russi era proprio Adam Schiff, il Democratico membro senior del Comitato di controllo dei servizi segreti della Camera dei deputati americana. È lui ad interrogare Shaun Henry, ma poi in TV va a dire qualcos’altro. Messo spalle al muro dal conduttore della Fox News Tucker Carlson in un memorabile scontro, accusa Carlson di essere al “servizio dei russi” e gli dice che “Ronald Reagan si starà girando nella tomba guardandolo, per come tradisce gli Stati Uniti in favore della Russia”. Guardate bene questo video.

Tucker Carlson è stato il primo, tra i conduttori televisivi più importanti (è da tempo quello con lo share maggiore in prima serata, e nel mese di aprile ha superato in numeri assoluti persino Hannity) a tirare fuori il tutto la sera del venerdì 8 maggio, chiedendo le dimissioni di Adam Shiff e accusando pesantemente, alla fine del video, alcuni esponenti del Partito Repubblicano a lui particolarmente invisi, come Mitch McConnel, Lindsey Graham e Richard Burr (trascurandone curiosamente altri, ben più direttamente coinvolti, come poi vedremo).

Subito dopo Tucker Carlson, sullo stesso canale ogni sera dal lunedì al venerdì, c’è Hannity, che l’8 maggio del 2020 dedica ben due segmenti alla questione.

Il primo intervistando Trey Gowdy (un deputato Repubblicano),

e il secondo, nel quale c’è anche Matt Gaetz (deputato Repubblicano, ma di una corrente politica molto diversa da quella di Gowdy). Questo secondo segmento è stato poi rimosso dal Canale YouTube della Fox. Noi lo abbiamo trovato su un altro canale (dove sarà almeno fino a quando non lo cancelleranno per violazioni del copyright).

Guardalo qui: https://m.youtube.com/watch?v=O36KjckzCo8

Intorno al minuto 23:30 del video, Matt Gatez dice che lui ed altri colleghi (Jim Jordan, Deve Nunes e Mark Meadows) cercavano di inchiodare i Democratici attraverso l’uso delle “subpoena” (citazione in giudizio) ma che Trey Gowdy e Paul Ryan lo avevano impedito. Solo quest’ultimo, in realtà, aveva il potere di emettere questi provvedimenti essendo lo Speaker della Camera (l’equivalente del nostro Presidente della Camera). Verso il minuto 24, si sente il conduttore, Sean Hannity, dire: “he made a mistake” (tradotto: “ha fatto un errore”) cercando di difendere Gowdy, che era stato con lui fino a pochi minuti prima.

Diceva Ronald Reagan “mai parlare male in pubblico di un tuo collega repubblicano”.

Trey Gowdy è andato poi anche da Tucker Carlson a spiegare il suo punto di vista, ammettendo di aver commesso molti sbagli e di essersi fidato di quello che gli dicevano Rod Rosenstein (anche lui Repubblicano, di cui parleremo dopo) Wray ed altri, senza andare a leggere i documenti per conto suo. Per uno che è famoso per non aver mai perso una causa in vita sua, è davvero difficile credere che non si sia letto i documenti ora noti a tutti grazie a Richard Grenell. Documenti segreti ai quali solo lui, Devin Nunes e Adam Schiff avevano completo accesso.

Tornando alle accuse verso l’Amministrazione Obama molti sostengono, in sostanza, che si è trattato di un tentativo fallito di “colpo di stato” da parte dell’ex-amministrazione, dell’FBI, della CIA, con l’aiuto di alcuni “media amici” (e col supporto, velato, di una parte dell’establishment repubblicano), contro il Presidente Donald Trump.

Obamagate: Colpo di Stato?

A parlare più esplicitamente di “colpo di stato” (coup d’état) è l’ex giudice Jeanine Pirro.

Chiariamo alcuni punti per comprendere meglio l’intera, e complessa, questione.

Queste interrogazioni sono avvenute quasi tutte quando la maggioranza alla Camera era repubblicana. In particolare, a fare le domande più argute, c’era Trey Gowdy (come gli riconosce lo stesso Sean Hannity in uno dei video postati sopra). Egli non è affatto un never-trumper, è un ex-militare della South Carolina (quando gli chiedono qualcosa in TV lui risponde sempre “Yes Sir!” con un atteggiamento da militare di carriera), ha i capelli bianchi, non perché sia vecchio, ma perché è quasi albino. Non odia affatto Trump, ma era della corrente di Marco Rubio, che odiava (e odia) Trump come pochi (come dicevamo, curiosamente, Tucker Carlson non nomina mai Marco Rubio ma si accanisce spesso contro altri senatori). 

Trey Gowdy fa le domande più argute, capisce tutto, sin dall’inizio, e invece di rendere la cosa pubblica, se ne sta zitto o fa uscire fuori solo cose che non aiutino troppo Donald Trump ed il collega Devin Nunes (che, invece, è un grandissimo alleato di Trump). Verrebbe da pensare che abbia ricevuto un’indicazione dal suo capo-corrente di non aiutare troppo Trump. Qualunque fosse il motivo di fatto, non lo aiuta come avrebbe potuto e lascia Devin Nunes da solo a contrastare Adam Schiff (che nel frattempo, andava raccontando in TV di avere delle “prove schiaccianti” contro il Presidente). La parola di Nunes contro quella di Schiff.

Trey Gowdy, in TV, diceva di “fidarsi” di quello che stava facendo l’FBI e che si fidava ciecamente di Rod Rosenstein, che scopriremo essere un personaggio chiave della cospirazione.

Gli faceva eco lo stesso Marco Rubio, spesso ospite alla CNN, dicendo anche che, nel FISA emesso su Carter Page, c’erano altre ragioni oltre al deprecato Dossier Steele, finanziato con 12 milioni da Hillary Clinton.

Ma viene subito contraddetto da un altro senatore, che secondo Tucker Carlson è il “barometro del GOP”: Lindsey Graham. Quest’ultimo è una “banderuola” ed è stato uno di quelli che ha più attaccato Trump all’inizio. È un “never-trumper” della prima ora che poi ha “raddrizzato il tiro” quando lo ha ritenuto necessario, e lui, che ha letto le carte senza “omissis” sul caso Carter Page, smentisce Marco Rubio e dà ragione a Devin Nunes ed al deputato John Goodlatte.

Del caso FISA legato a Carter Page parleremo dopo.

La svolta di Lindsey Graham

Lindsey Graham, che inizialmente era contro Trump, inizia a difenderloè il segnale che la “maggioranza silenziosa” del GOP è passata finalmente dalla parte di Donald Trump. La corrente di Graham può essere paragonata in qualche modo a quella dei Dorotei della democristiana memoria. Da questo momento, gli equilibri si spostano.

Paul Ryan, allora Speaker della Camera, annuncia che non si candiderà più, e con lui nemmeno Trey Gowdy. Marco Rubio inizierà da allora a parlare quasi solo di politica estera e non entrerà più in conflitto diretto con Donald Trump.

A differenza di Ted Cruz, anche lui acerrimo rivale di Trump durante le primarie del 2016 ma successivamente fedelissimo alleato (al punto da “implorare” quasi Trump per fare un comizio con lui in Texas per aiutarlo nella riconferma per la carica di Senatore nel 2018), Marco Rubio non ha mai fatto pace con Donald Trump. Tuttora i due sembrano quasi evitarsi a vicenda.

Può essere interessante notare che Trey Gowdy non si è ripresentato alle elezioni di midterm del 2018 pur essendo uno dei deputati uscenti più importanti nella legislatura. Ora fa il “contributor” (collaboratore esterno) per Fox News. Il suo era un collegio di quelli “sicuri”: il suo ritiro, pur essendo giovane e considerato molto in gamba, è molto indicativo.

Tornando alle “carte” di Grenell

I documenti segreti sono stati resi pubblici grazie a Richard Grenell, ex-ambasciatore americano in Germania (e, incidentalmente, unico omosessuale dichiarato nella Amministrazione di Donald Trump). È stato nominato da Trump come Direttore nazionale dell’intelligence (DNI) ad interim, dopo le dimissioni di Joseph Maguire, che aveva sostituito Dan Coats (Repubblicano, che Trump ha identificato come “never-trumper” ormai troppo tardi). In realtà, Trump voleva nominare John Ratcliffe, deputato texano vicino a Jim Jordan, ma una quindicina di Senatori repubblicani (probabilmente legati alla famiglia Bush, al senatore Marco Rubio, più altri che odiavano Trump per altri motivi, come Mitt Romney) gli avevano fatto capire che avrebbero votato contro, negandogli la nomina.

Quando c’è uno stallo politico dopo delle dimissioni, per non lasciare il posto vacante, sale “ad interim” il secondo in comando, che in quel caso era Maguire (altro never-trumper, ma più guardingo). Il secondo in comando, però, non può restare in quel ruolo troppo a lungo senza essere ratificato dal Senato e quindi, dopo un certo numero di mesi decade, lasciando di nuovo il posto libero per un altro titolare “ad interim“. Scaduto il tempo di Maguire, questa volta Trump nomina Richard Grenell, in attesa di poter fare passare finalmente John Ratcliffe. La prima cosa che fa Grenell è inserire nel suo team Kash Patel, che aveva già lavorato con Devin Nunes.

Grenell sorprende tutti, non guarda in faccia a nessuno, prende questi documenti segreti e li rende pubblici, forzando la mano al direttore FBI Christopher Wray (rimasto oramai quasi l’unico nemico interno, visto che quasi tutti gli altri sono stati scoperti e sostituiti). Wray è considerato “ostile” a Trump, alla stregua di Rosenstein, da molti commentatori.

I documenti desecretati da Grenell dicono, tra l’altro, che il 4 gennaio del 2017 – proprio durante il “periodo di transizione” tra l’Amministrazione uscente e quella subentrante – gli agenti dell’FBI (tra i quali, persino lo zelota anti-Trump Peter Stzrok, di cui parleremo dopo) dichiarano il Caso Flynn sostanzialmente chiuso e il generale Michael Flynn innocente.

A quel punto, al “7° piano” (dove si trova l’ufficio di James Comey, all’epoca a capo dell’FBI) si manda il chiaro ordine di tenere tutto aperto e di cambiare il verdetto. Il giorno dopo, Barack Obama chiama a sé tutti i suoi (Clapper, Brennan, Comey, Stzrok, McCabe, Sally Yeats e ovviamente anche Joe Bidenper organizzare quello che, “a Destra” definiscono “l’agguato al Generale Flynn”. Nelle riunioni che si susseguono, e che sono documentate nelle carte, Obama chiede a tutti come procedono le ricerche per “incastrare Flynn”con il quale lui stesso aveva avuto “pesanti screzi” nel 2014.

Che cosa aveva fatto Flynn?

Di che cosa veniva accusato il Generale Michael Flynn? Di aver parlato con Sergey Kislyak, l’ambasciatore russo, pochi giorni prima.

Loro lo sapevano, perché lo stavano intercettando (anche lui con un mandato FISA che non trovava alcuna giustificazione). Nelle telefonate, i due non si dicono niente di strano: infatti, nessuno contesta il contenuto della telefonata in sé. Va detto che Flynn, in quei primi giorni di gennaio, sapendo di dover diventare DNI (ruolo poi preso da Coatts e poi di Grenell, anche se ad interim) comincia a parlare con gli ambasciatori di mezzo mondo.

Nelle note raccolte dall’FBI, gli ordini erano precisi: confonderlo in modo che si potesse dire che avesse mentito per fare sì che non diventasse DNI o che si dimettesse quanto prima e, possibilmente, che finisse sotto processo.

Queste sono le note prese dall’FBI che mostrano la vera richiesta di Obama contro Flynn

Agenti dell’FBI lo approcciano, senza avvisarlo che lo stanno interrogando; nei film, di solito, c’è la frase “hai il diritto di restare in silenzio, quello che dici potrà essere usato contro di te”. In quel caso, invece, gli dicono che non c’è bisogno che ci sia un avvocato, quindi – di fatto – lo ingannano. Gli chiedono se ha parlato con l’ambasciatore Kislyak; lui risponde che non si ricorda, aveva parlato con tanta gente. Loro registrano tutto di nascosto.

Gli agenti vanno allora dal Vice Presidente Mike Pence e gli dicono che Flynn gli ha mentito, perché non gli ha detto che aveva parlato con Kislyak, facendo intendere che ci fosse una “trama” con la Russia. Pence interviene e chiede che si dimetta quanto prima. A quanto pare, gli agenti dell’FBI lo interrogano di nuovo, e gli rinfacciano di aver mentito nella precedente chiacchierata con l’ambasciatore. Flynn, non ricordandosi cosa avesse detto ed intimorito (pare che abbiano minacciato anche di fare arrestare suo figlio se non avesse confessato) e senza poter nemmeno parlare con un avvocato, confessa di aver mentito sul fatto che avesse parlato con Kislyak.

Confermerà successivamente di aver mentito, per una seconda volta. Lui ha sostenuto poi di averlo fatto perché “minacciato“).

Come prova a favore di Flynn c’è il fatto che, dopo il primo interrogatorio “a tradimento”, gli agenti hanno riportato che lui non avesse affatto mentito. Infatti, lui, semplicemente, “non ricordava” e “non si sentiva sotto interrogatorio”. Gli ordini “dall’alto” hanno imposto di cambiare questo verdetto e di cercare di incastrarlo.

A questo punto, a chiunque si chiedesse “ma che male c’era a parlare con un ambasciatore di un Paese straniero?” la risposta è semplice: assolutamente niente

È una strategia di intimidazione vecchia quanto il “maccartismo”: una cosa che in America si era già vista. La prova più evidente di questo è che Flynn è accusato di aver mentito all’FBI, non di aver “complottato con la Russia”.

Altra cosa che va precisata: c’è una legge che prevede che quando un cittadino mente all’FBI è passibile di condanna penale, anche se non è sotto giuramento. Per completare l’informazione, va detto che era stato Kislyak a chiamare Flynn (come molti altri ambasciatori del resto) con la “scusa” di congratularsi per la nomina, e che di seguito ci fossero state altre telefonate, il 29 dicembre 2016, a seguito delle sanzioni imposte da Obama contro la Russia, che avevano portato all’espulsione di 35 cittadini russi. Insomma, Flynn aveva come unica “colpa” quella di aver risposto alle telefonate dell’ambasciatore russo in America.

Questo dà la misura del “clima di isteria collettiva” generato dai media contrari a Trump: quasi nessuno alza il dito per dire che è una “caccia alle streghe” e chi lo fa viene accusato di essere un “traditore” oppure un “agente russo” (abbiamo visto come Adam Schiff, in diretta, accusi il conduttore Tucker Carlson proprio di questo).

Altrettanto stranamente, nessuno si è mai sognato di accusare Obama di complottare coi russi, malgrado fosse stato colto a parlare di nascosto con Dmitry Medvedev di “maggiore flessibilità” dopo la sua rielezione (video sotto). Anche qui, sembra esserci una “doppia morale”: avranno pensato omnia munda mundis

Che questo processo a Flynn fosse una montatura se ne era già accorto qualcuno nel febbraio 2018. Non troppo stranamente, invece, nessuno in Italia aveva mai sentito parlare di articoli come questo. Qui arrivano solo mere traduzioni dei servizi della CNN, del Washington Post, e del NYTimes. Senza nessuna vera analisi.

Obama “rompe il silenzio

Interessante notare come lo stesso Barack Obama abbia poi detto in pubblico che riteneva uno “scandalo” che fosse assolto qualcuno accusato di spergiuro, ma anche come qualcuno (Johnatan Turley, un giurista Democratico) gli abbia fatto notare che Flynn non avesse parlato sotto giuramento, e poi che lo stesso Obama avesse fatto graziare l’ex Senatore Ted Stevens (dell’Alaska) proprio in circostanze simili, tra l’altro in un processo “vero e proprio” di fronte allo stesso giudice Sullivan. Memoria corta?

Il caso dell’Unmasking

C’è un altro problema legato alla questione Flynn, e questo sarà probabilmente il fatto per il quale qualcuno dell’Amministrazione Obama rischia davvero la galera: l’Unmasking plus leaking (da noi, corrisponde alla “fuga di notizie“).

In pratica, nel gennaio del 2017, qualcuno dell’Amministrazione Obama ha tolto il segreto sul nome di Flynn, quando l’indagine era appena iniziata, ed ha fatto trapelare (leaking) tutta la storia, nome dell’accusato compreso, alla stampa. In particolare, fu comunicato tutto a David Ignatius, del Washinton Post.

Secondo il racconto fatto da Adam Entous, nella redazione del WP erano divisi sul se pubblicare o meno questa storia. Per una cosa del genere, l’informatore “segreto” rischia comunque fino a 10 anni di carcere. Fino a qualche tempo fa, si credeva che fosse stata Sally Yates, ma dai documenti de-secretati sembra invece che lei ne fosse completamente all’oscuro, come di molte altre cose (cosa molto strana per un Attorney General degli Stati Uniti, ma come abbiamo visto, anche Jeff Sessions, il suo successore, venne ignorato completamente).

Chi è stato quindi a fare l’Unmasking plus Leaking?

Grenell ha dichiarato di aver dato a William Barr la risposta per la fuga di notizie. Per capire chi avesse, invece, trasmesso la cosa al Washington Post, è molto più difficile. Si tratta di un crimine grave, perché compromette delle indagini in modo pesante. Se si vuol far condannare qualcuno in tribunale, è un errore gravissimo. Ma se lo si vuol far condannare alla “pubblica gogna”, fomentata a dovere dalla stampa, allora è un altro discorso, ma resta un crimine, e in questo modo, si dimostra che non si sta cercando giustizia ma un linciaggio mediatico.

La cosa più interessante che è venuta fuori è che le richieste di unmasking sarebbero venute da decine di membri dell’Amministrazione Obama, compreso Joe Biden. Ma la cosa più sorprendente sembra essere che un gran numero di esse sarebbe stata richiesta da Samantha Power, l’ambasciatrice presso l’ONU ai tempi di Barack Obama. Sarebbe da chiedersi per quale motivo la Power, che si occupava di tutt’altro, fosse così interessata al generale Flynn. La cosa si fa ancora più misteriosa quando si capisce che la Power, sotto giuramento, sostiene di “non ricordare” nessuna di queste richieste. In totale, ci sono decine di richieste di unmasking contro Flynn, apparentemente chieste da trentanove persone diverse a poche ore l’una dall’altra. Il sospetto, a questo punto, è che qualcuno le abbia attribuite a persone ignare, per poter reiterare le richieste senza destare troppi sospetti o per depistare qualsiasi indagine.

Per completare il quadro, si è poi scoperto che queste richieste multiple di unmasking, iniziano a fine novembre 2016, ben prima che sia avvenuta la prima telefonata tra Flynn e Kislyak.

Se non c’era mai stato ancora alcun contatto, per quale motivo hanno fatto partire tutte queste richieste? Il normale corso della giustizia inizia con una “notitia criminis”. Qui, invece, l’unica ragione per la quale sembrano averlo preso di mira, era per essere stato scelto da Trump, il che configura il tutto come una indagine con scopi politici.

Riassumendo: secondo le accuse dei Repubblicani, Obama avrebbe “dato l’ordine” diretto di incastrare un generale Micheal Flynn, in procinto di diventare DNI, per “disprezzo personale” e perché, altrimenti, avrebbe scoperto tutto quello che era successo nei mesi precedenti contro di lui e i gli altri tre personaggi citati (quelli individuati dall’operazione “Crossfire Hurricane”).

Una volta fatto fuori Flynn, hanno messo fuori gioco Jeff Sessions, accusando anche lui di aver parlato mesi prima con Kislyak ad un evento pubblico, dove c’erano decine di ambasciatori, quando era Senatore (anche a lui chiedono se avesse parlato in passato con questo ambasciatore russo e lui aveva detto che non ricordava).

Va anche detto che Sessions è evidentemente affetto da demenza senile. Chi lo ascolta, anche se non conosce l’inglese, capisce che ormai “non è più tanto sveglio”, nella migliore delle ipotesi. Donald Trump dice di averlo messo lì per “riconoscenza, visto che era stato il primo Senatore Repubblicano ad averlo appoggiato quando tutto il resto del Partito era contro di lui. Sessions, quindi, ricusa sé stesso, ma non si dimette, e mette come suo secondo in comando Rod Rosenstein.

Quest’ultimo, di fatto, diventa per due anni il “vero” Attorney General degli Stati Uniti.

Nominalmente, l’Attorney General era Jeff Sessions, ma di fatto lo era Rosenstein. Anche lui, Repubblicano, si scopre poi essere uno dei più feroci “never-trumper”. Cerca di trovare una sponda nell’Amministrazione Trump, per farlo esautorare attraverso il 25esimo emendamento della Costituzione, che disciplina i casi i cui un Presidente non è più considerato in grado di “intendere e di volere”.

Fallisce il piano di Rosenstein

Ma Mike Pence resta fedele a Donald Trump e, siccome la firma del Vicepresidente era imprescindibile per cacciare Trump, il piano fallisce.

Fallito il piano, Rosenstein negherà di averlo anche solo pensato e si dedicherà a portare avanti il lavoro che aveva iniziato l’Amministrazione Obama, rinnovando le richieste FISA contro i quattro target individuati dall’ex-amministrazione ancora una volta (il team “Crossfire Hurricane”).

Successivamente, nomina lo Special Counsel capeggiato da Robert Mueller (anche lui Repubblicano, che aveva servito sia sotto George W. Bush sia sotto Barack Obama), dandogli uno scopo di ricerca molto ampio, al punto che fanno condannare Paul Manafort per delle frodi fiscali risalenti a dodici anni prima. Incidentalmente, Manafort era già stato accusato nel 2008 per frode fiscale, relativamente al periodo intorno al 2006, ma il prosecutor (da noi sarebbe il “pubblico ministero”) che aveva indagato su di lui a quel tempo, aveva concluso che fosse innocente

Chi era quel prosecutor? Si chiamava Rod Rosenstein… e non è un omonimo. È la stessa persona che dieci anni prima lo aveva assolto (potremmo dire, “graziato”) ed ora lo condanna per lo stesso crimine (ne bis in idem?), nel tentativo di estorcergli qualche testimonianza per “fare fuori Trump”.

Manafort, però, non ha alcuna prova contro Donald Trump. Gli viene chiesto di testimoniare contro il Presidente. Sarebbe la sua parola contro quella di Trump: ma per i media basta e avanza per fare abbassare il consenso tra gli elettori repubblicani verso Trump. Ma Manafort non cede e lo condannano a sette anni e mezzo di carcere. 

Trump potrebbe emettere un perdono presidenziale ma, se lo facesse, i sondaggi lo vedrebbero quasi certamente colare a picco. Con ogni probabilità, lo farà scarcerare il 4 novembre, dopo le elezioni, ad urne chiuse.

Dieci anni prima, Rosenstein e Manafort erano dalla stessa parte. Manafort è sempre stato considerato molto vicino alla famiglia Bush. Questi ultimi odiano Trump in modo particolare. George W. Bush ha dichiarato pubblicamente che non avrebbe votato per Trump (facendo però capire che avrebbe votato per Hillary Clinton) pur essendo anche lui, ovviamente, un Repubblicano.

Il ruolo di Manafort è stato importantissimo nella primavera del 2016 per consolidare la nomination di Donald Trump. Manafort ha infatti convinto moltissimi super-delegati dei Repubblicani (delegati non eletti durante le primarie, ma per “meriti speciali”) a passare con Trump (fino a quel momento erano pochissimi) facendo così scattare la soglia della nomination con largo anticipo. Coi soli delegati eletti fino a quel momento sarebbe stato infatti matematicamente impossibile. Manafort era conosciuto per questa sua estrema capacità di fare lobbing e, di fatto, consegnò la nomination definitivamente nelle mani di Donald Trump. Inutile dire che i Bush ed il vecchio establishment, probabilmente, videro la cosa come un “tradimento“.

La sentenza, per mano di Rosenstein, forse era anche una sorta di “vendetta” per aver contribuito a fare vincere il tanto odiato Trump. Rosenstein sapeva benissimo cosa aveva commesso Manafort negli anni passati, essendo stato proprio lui a graziarlo anni prima, in pratica “facendo finta di non vedere”. E quindi, volendo, sapeva come “fargli pagare” il tradimento verso la famiglia Bush. Ma, ovviamente, una storia di tasse del 2006 non poteva essere usata per corroborare la narrativa della collusione con la Russia, ma a questo punto non importava più a nessuno.

Uno dei più grossi nemici di Rosenstein era Jim Jordan, che lo ha accusato apertamente più volte in pubblico:

C’era un odio palese tra i due. Poco dopo questo scontro, anche Jim Jordan finisce sotto attacco. Viene accusato da alcuni suoi ex-colleghi di essere stato “a conoscenza” e di “aver taciuto” a proposito di un episodio di abusi sessuali in una palestra nei primi anni ’90.

Non sorprenderà nessuno sapere che queste persone, che tutto a un tratto accusavano Jordan, avevano scelto tutte lo stesso studio legale: quello della famigerata Fusion GPS, ovvero, la società che aveva chiesto il “Dossier Steele” ed il cui capo si chiama Glenn Simpson.

Le accuse saranno poi tutte ritirate poco tempo dopo.

Obamagate e il collegamento con l’Italia – Cosa c’entra Matteo Renzi?

Andiamo in Italia – Il caso Italia-Renzi riguarda il caso George Papadopoulos (il quale, tra l’altro, in quel periodo, si è sposato con una italiana: Simona Mangiante). Questi era stato adescato nella primavera del 2016 da un professore, tal Joseph Mifsud (un accademico maltese), il quale aveva fatto credere a George Papadopuolos di essere in possesso di informazioni sulle e-mail cancellate dalla Clinton.

L’accusa, mossa dal Dipartimento di Giustizia americano, che all’epoca era quello di Obama, era che Papadopoulos, tramite Mifsud, avesse preso contatto con i russi, in quanto quest’ultimo, appunto, sarebbe stato in realtà un agente russo. Il problema è che Mifsud non era un agente vicino ai russi, lui prendeva ordini dai servizi segreti occidentali, quindi era, in realtà, un agente della CIA. Chiaro segno che Papadopoulos fosse stato adescato per essere poi accusato ingiustamente.

Lo scopo era quello di trovare dei pretesti per dire che gli associati di Trump erano in “contatto con i russi” e uno di questi tramiti sarebbe stato proprio il professor Mifsud. Peccato che, come abbiamo detto ,Mifsud fosse un agente dell’occidente e non avesse alcun contatto coi russi. Papadopoulos era visto semplicemente come un “anello debole“. Infatti, gli mandarono anche Stephan Halper, un vecchio agente della CIA, molto legato alla famiglia Bush, per cercare di fargli fare “qualche sciocchezza” per poi poterlo accusare. Ma Papadopoulos rispose bene. Tanto che le sue risposte vennero poi nascoste nel rapporto, in quanto sarebbero apparse come “prove a sua discolpa“.

Riescono però a fare condannare Papadopuolos con la stessa accusa fatta a Flynn: ovvero, di aver mentito all’FBI (ancora una volta non sotto giuramento, ma durante una normale conversazione). Lo “incastrano” per aver fornito una data scorretta, di una o due settimane, mentre ricostruiva loro tutti i suoi movimenti (e che loro stessi sorvegliavano invece da tempo) ed appena lui sbagliò a riferire una data, ecco che gli misero le “manette ai polsi“.

Il giudice che lo ha condannato ha però tenuto a precisare, nella sentenza, che considerava l’evento davvero di “pochissimo valore” e pertanto gli diede il minimo di pena possibile, ovvero: quattordici giorni di reclusione.

Nella sentenza viene inoltre scritto anche che questo “non ha niente a che vedere con la Russia“, esattamente come era successo con il caso Manafort. 

Ma che cosa c’entra Matteo Renzi? Quasi nulla in realtà, semplicemente i servizi segreti italiani si sarebbero “messi a disposizione” dell’Amministrazione Obama per aiutare il professor Mifsud e gli agenti della CIA e dell’FBI a “circuire” Papadopoulos.

L’Italia ha quindi dato supporto a questa operazione. Ma davvero avrebbe potuto fare diversamente?

Quando poi, nell’estate del 2019, William Barr, l’attuale Attorney General (e successore di Jeff Sessions) ha chiesto dei documenti al governo Conte, nel periodo di transizione tra il “primo Conte” e il “secondo Conte“, gli hanno dato tutto, persino il telefono cellulare del professor Mifsud, dove certamente c’erano le prove del coinvolgimento degli agenti di CIA e FBI nella cospirazione contro Trump.

Le prove sono state consegnate allo “special prosecutor” John Durham, il quale, dopo l’acquisizione, ha fatto cambiare lo scopo dell’indagine, da “conoscitiva” a “criminale”.

Questo vuol dire che, forse, alcuni di questi protagonisti durante l’era Obama finiranno alla sbarra, col rischio di venire condannati per “cospirazione” contro un candidato presidenziale e, successivamente, contro il Presidente eletto Donald Trump.

I cospiratori alla sbarra?

Se questo scenario si materializzasse, sarebbe uno scandalo senza precedenti Barack Obama stesso rischierebbe moltissimo. Non certo la “galera” (magari qualcuno dei suoi sì, ma lui di certo no), quanto piuttosto di vedere passare alla Storia la sua Amministrazione come una delle peggiori di sempre. Ecco cosa è l’Obamagate.

Ovviamente, in tutto questo, Matteo Renzi non rischia praticamente nulla, ed è stato chiamato in causa a sproposito.

Per concludere, la carrellata dei “bersagli” dell’FBI, targata Obama/never-trumpers, resta Carter Page, che viene chiamato in causa per primo e solo per un “FISA abuse”. Come abbiamo visto, si è poi scoperto che non era solo lui ad aver subito questo trattamento, ma che erano in quattro (sempre individuati dal “Crossfire Hurricane“). Page era stato messo sotto sorveglianza durante il periodo 2016-2017 senza che ci fosse una reale giustificazione.

Il Rapporto Horowitz (nominato da Obama come Ispettore Generalemantenuto in quel ruolo da Donald Trump) mostrerà poi che erano stati commessi diciassette abusi, uno dei quali commesso da tale Kevin Clinesmith dell’FBI, che lavorava sotto Peter Stzrok.

Quest’ultimo passerà alla storia per i “messaggi cospiratori” scambiati con la sua collega ed amante, Lisa Page, nei quali mostravano il proprio “terrore” verso l’ipotesi che Donald Trump potesse vincere ed immaginavano sé stessi come dei “baluardi” che avrebbero impedito in ogni costo che questo potesse accadesse.

“Trump non sarà mai Presidente, vero!?” “No non ci riuscirà. Noi lo fermeremo”

E se pure Trump avesse vinto le elezioni, lui diceva di avere comunque una “insurance policy” (un assicurazione sulla vita) per risolvere comunque il problema. Parole inquietanti, soprattutto se dette da quello che, nei fatti, era il “numero 2” dell’FBI.

Durante l’audizione alla Camera, sotto giuramento, ha poi detto che con “noi” intendeva “noi… cittadini americani, con il nostro voto”. Sta al giudizio del lettore farsi una propria opinione in merito…

“Non c’è modo che lui venga eletto, ma temo che noi non possiamo correre questo rischio”

Tornando a Kevin Clinesmith, questi avrebbe modificato una mail ricevuta dalla CIA, nella quale si diceva che Carter Page fosse un loro collaboratore affidabile, invertendo il significato della comunicazione, per poi inoltrarla al Tribunale dei FISA (che autorizzano lo spionaggio dei cittadini americani). In questo, modo l’FBI ottiene l’autorizzazione del tribunale speciale dei FISA per poter spiare completamente Carter Page.

Potrebbe sembrare una sciocchezza, in fondo chi è questo Carter Page? Un collaboratore del tutto marginale nel Team di Trump, quindi, che segreti avrebbe mai potuto rivelare? Lui nessuno. Peccato che, quando si autorizza l’intercettazione completa di un cittadino americano, si autorizza automaticamente l’intercettazione di TUTTI quelli coi quali entra in contatto, quindi anche Donald Trump… Insomma, chiedere l’autorizzazione FISA su Carter Page significava di fatto chiedere l’autorizzazione a intercettare Donald Trump e tutto il suo staff.

Tutto questo avveniva nel 2016, prima delle elezioni, prima che Trump vincesse, ed è continuato fino a metà 2017, quando era già Presidente, con la firma finale di Rod Rosenstein.

In pratica, spiando Carter Page, l’FBI spiava proprio il Presidente (cosa non proprio nuova, a dire il vero).

A questi quattro si è aggiunto successivamente come bersaglio Roger Stone, vecchio consigliere politico dei Presidenti Repubblicani ed in particolare di Donald Trump, “reo” – almeno, a detta di chi lo accusava – di aver “cercato di ottenere informazioni sulle solite 33.000 email che la Clinton aveva cancellato dal suo server privato” (e che lei sosteneva parlassero solo delle “lezioni di yoga” e di “poco altro”), ma questa è un’altra storia.

Come ha fatto Donald Trump a salvarsi con tutti questi nemici?

Possiamo provare a elencare chi gli è stato leale ed ha impedito che le cose andassero peggio.

Michael S. Rogers, il Capo dell’NSA (la famosa National Security Agency) nominato da Barack Obama, che scopre i primi tentativi di abuso delle intercettazioni e che riesce, almeno inizialmente, a bloccarli.

Nella audizione pubblica negherà che il conteggio dei voti negli Stati Chiave sia stato “alterato” da qualcuno in favore di Trump.

Nel video che segue Joe Di Genova spiega perché:

Il Vicepresidente Mike Pence, che venne invitato da Rod Rosenstein a tradire il suo Presidente, sostituendolo sulla base del 25esimo emendamento, cosa che avrebbe fatto diventare lui presidente al posto di Trump, ma che si rifiutò.

Devin Nunes, che racconta prima di tutti quello che viene fuori dalle interrogazioni relative ai FISA abuse, subendo critiche feroci da ambo le parti. Aveva ragione su tutto. Ci sono voci secondo le quali il ruolo di Kash Patel sarebbe stato determinante per portare a termine il “Nunes memo

Jim Jordan, protagonista di un momento chiave nel processo di Impeachment. Sondland parla di un “quid pro quo” di Donald Trump e Jordan lo smonta con un contro-interrogatorio degno del finale dei migliori film sui processi.

William Barr, Attorney General anche con George W. Bush padre (quindi, quasi 30 anni fa) e considerato amico della famiglia Bush. Viene approvato senza problemi dal Senato per sostituire Jeff Sessions. Si dimostrerà invece l’alleato più forte che Trump avrebbe potuto desiderare.

Richard Grenell, che viene mandato per sostituire Joseph Maguire in attesa della conferma di John Ratcliffe e che in pochi giorni “sbanca tutto”, svelando tutto il materiale prima secretato dagli esponenti del suo stesso Partito.

Mark Meadows, l’unico dei “Quattro cavalieri dell’Apocalisse” di Trump che non abbiamo ancora citato. Ha lasciato il seggio alla Camera dei deputati per dirigere lo staff della Casa Bianca, in pochi giorni ha stanato l’“Anonymous che aveva pubblicato degli editoriali sul NYTimes e scritto anche un libro contro Donald Trump, rivelando dettagli dall’interno della Casa Bianca. Si trattava di Victoria Coates, ora mandata dallo stesso Meadows a “pettinare la sabbia” in Arabia Saudita. Qui tutta la storia.

I “Quattro cavalieri dell’Apocalisse” di Donald Trump

Il Democratico Adam Schiff ha coniato questo termine per i suoi quattro avversari più fastidiosi, appunto, i “Quattro cavalieri dell’apocalisse” trumpiana:

  1. Devin Nunes – il “cavaliere della morte”;
  2. Jim Jordan – il “cavaliere della guerra”;
  3. Trey Gowdy – il “cavaliere della carestia”;
  4. Mark Meadows – il “cavaliere della pestilenza”

Possiamo tranquillamente sostituire Gowdy con Matt Gaetz ed il quadro è perfetto.

Come si sono divise le correnti del Partito Repubblicano americano?

Guardando i voti espressi nelle due Camera, possiamo dire che i “trumpiani“, quelli “duri e puri”, sono circa il 25%, poi c’è il “ventre molle della vacca”, quelli che prima abbiamo definito “i dorotei”, che hanno circa il 50% degli eletti nel Partito Repubblicano, ed infine c’è il restante 25% dei deputati e senatori più vicini all’alleanza della famiglia Bush e Marco Rubio. Questi ultimi sono praticamente sovrapponibili, come politica estera, ai “centristi-democratici” come Hillary Clinton.

I leader di Camera e Senato del GOP sono rispettivamente Kevin McCarthy e Mitch McConnell, ed appartengono entrambi alla corrente dei “dorotei” del GOP. In questo momento, grazie al fatto che il consenso verso Donald Trump della base elettorale repubblicana è sopra il 90%, sono in stretta alleanza con il gruppo dei “trumpiani“.

Per definizione stessa del gruppo, i “trumpiani” sono quelli che sono politicamente vicini a Jim Jordan, leader indiscusso della corrente e molto molto amato dalla base elettorale del Partito. Per molti il “vero successore” di Donald Trump.

Al momento, sembra reggere il “patto” tra Jordan, McCarthy, Graham, McConnell e Donald Trump.

L’altro 25% che rimane, per ora, si “mimetizza” con il resto dei “dorotei”, ed esce fuori solo al Senato, per mettere dei veti a qualche nomina a loro sgradita. Così sarà probabilmente fino a novembre, poi si vedrà.

Come ultimo dettaglio, aggiungiamo la storia con la quale Adam Schiff viene ingannato da dei comici russi, che gli fanno credere di avere delle foto di Trump “nudo”.

Impressionante è l’ipocrisia con la quale egli aveva condannato Donald Trump Jr. per aver fatto, in sostanza, la stessa identica cosa.

Lui ci casca al punto da far mandare dal suo staff persino una email, chiedendo di ottenere quel materiale compromettente, per poi essere infine deriso.

Nota dell’autore: tutti questi fatti sono stati raccontati sulla base di articoli pubblicati dalle più prestigiose testate, sia di destra che di sinistra. Ci sono link ad articoli del NY Times, del Washington Post, della Associated Press, video della Fox News e della CNN e di moltissime altre testate giornalistiche.

Questa versione dei fatti aderisce alle ricostruzioni fatte dai grandi giornalisti d’inchiesta, sia di destra che di sinistra, come John Solomon e Glenn Greenwald (premio Pulitzer). Molte cose ancora mancano, come il caso delle email di Hillary Clinton.

Gianluca Borrelli parla più approfonditamente dell’Obamagate nel suo nuovo e-book: “Obamagate: La guerra segreta di Barack Obama contro Donald Trump” su Amazon, Kobo, GooglePlay ed AppleBooks!

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