“The Road To 270”: Nevada

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The Road to 270 è una serie settimanale – curata dal sito di approfondimento politico elettorale americano 270ToWin – che porterà fino alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti. Ogni puntata viene dedicata alla comprensione del panorama politico di uno Stato e al modo in cui ciò potrebbe influenzare la corsa verso la Casa Bianca del candidato presidente che ne vincerà i Grandi Elettori nel 2020.

Il Nevada

Il Nevada (more info), dai suoi inizi come Stato minerario all’età dell’oro di Las Vegas negli anni ’50 e ’60, ha una Storia piuttosto importante, nonostante sia così relativamente giovane come Stato. Con il boom demografico, il Nevada è assorto al ruolo di Statoindeciso” nelle elezioni presidenziali tra gli anni ’90 e agli inizi degli anni 2000. Sebbene sia meno “famoso” rispetto agli Stati notoriamente “indecisi” (come Florida e Ohio) anche il Nevada è rientrato e rientra ancora in questa speciale categoria.

La Geografia elettorale

Tanto per cominciare, i distretti congressuali del Nevada offrono una solida ripartizione della geografia elettorale di questo Stato. Fino al 1982 il Silver State aveva un solo distretto c.d. “at-Large” (cioè, il distretto elettorale copriva l’intera superficie dello Stato ed eleggeva quindi un solo rappresentante alla Camera, ad esempio, come avviene oggi per Alaska, Delaware e i Dakotas). Ma, dopo alcuni decenni di rapida espansione demografica, oggi ne esprime quattro. In particolare, tre dei suoi distretti occupano parte della Contea di Clark, dove è Las Vegas. Nelle elezioni presidenziali del 2012 e del 2016, il 68% dei voti dello Stato proveniva dalla sola Contea di Clark.

Le Elezioni al Congresso

Harry Reid e Joe Biden

Non si può parlare della politica di oggi nel Nevada senza menzionare il Senatore Harry Reid, il “gigante” politico che ha contribuito a costruire il Partito Democratico in questo Stato: i primi giorni di Reid da pugile dilettante hanno certamente dato il tono alla sua carriera politica che, elettoralmente parlando, è stata abbastanza “volatile“. Sebbene si sia ritirato dal Senato degli Stati Uniti nel 2017, rimane ancora oggi influente nel Partito Democratico locale.

Prima di approdare al Congresso, Harry Reid ha ricoperto innumerevoli cariche a livello statale. La sua carriera politica iniziò nel 1966 quando, all’età di 27 anni, venne eletto Procuratore della Città di Henderson, allora un piccolo sobborgo di Las Vegas. Dopo due anni, fu eletto al Parlamento statale e poi come Luogotenente Governatore nel 1970. Reid servì per un mandato, prima di candidarsi al Senato degli Stati Uniti nel 1974. Venne sconfitto quell’anno dall’ex Governatore repubblicano Paul Laxalt (R). Le elezioni con dei margini di distacco esigui sarebbero diventate un segno distintivo della sua carriera. In quell’occasione perse per soli 624 voti. Da parte sua, Laxalt, è stato un Senatore influente e a pieno titolo il più stretto alleato del Presidente Ronald Reagan al Senato. Reid, nel frattempo, divenne Presidente della potente commissione parlamentare del suo Stato che si occupa dei Casinò, ovvero la Gaming Commission.

Nel 1982, dopo che lo Stato ottenne un secondo distretto, Reid venne eletto nel distretto della Camera NV-1, che comprendeva la città di Las Vegas. Nel 1986, vince il seggio al Senato contro il suo immediato predecessore alla Camera, il Democratico (diventato poi Repubblicano) James Santini. Reid vinse con il 50% contro il 45% di Santini. Una volta al Senato, è diventato parte dell’establishment democratico, anche se non sono mancate le “rotte di collisione”: Mormone, Harry Reid si è sempre opposto al diritto all’aborto ma, quando è divenuto il Leader dei Democratici al Senato, nel 2005, il partito si era già ampiamente spostato a Sinistra sulle questioni etiche e Reid ha preferito mettere da parte le proprie opinioni.

Tuttavia, la sua ascesa fu quasi interrotta, almeno fino al 1998, quando il suo successore alla Camera, l’allora Rappresentante John Ensign (R) lo ha sfidato per il posto al Senato.

L’ex Senatore del Nevada John Ensign (R)

Come membro del Congresso della fiorente area di Las Vegas, Ensign era il candidato perfetto per correre contro Reid. I sondaggi, inizialmente, davano a Reid un vantaggio più che doppio, andato poi progressivamente assottigliandosi fino al giorno delle elezioni. La competizioni elettorali di Reid sono state aggravate da una serie di cambiamenti demografici all’interno dello Stato. I pensionati, più anziani e più conservatori, si stavano trasferendo a frotte in Nevada e si stavano registrando come elettori “Repubblicani“. Specularmente alla sua prima sconfitta nel 1974, Reid alla fine è riuscito a respingere l’assalto di Ensign, con uno stretto margine di 428 voti.

Nel 2004, l’elezione successiva, accadde qualcosa di raro per Reid: ebbe un’elezionefacile“. Per l’unica volta nella sua carriera ha ottenuto il 60% dei voti, anche se, quello stesso anno, lo Stato venne vinto, di poco, dal Presidente George W. Bush. Il Repubblicano Ensign è stato invece eletto per il secondo seggio che spetta al Nevada in Senato, ed ha poi sviluppato un rapporto di collaborazione bipartisan con Reid, fino al suo ritiro nel 2011.

Nel 2010, Reid è ritornato ad una situazione più familiare: ovvero, nel mirino del GOP. Sebbene il Presidente Barack Obama avesse vinto in Nevada appena due anni prima con un ampio margine, le sue quotazioni stavano già crollando mentre si avvicinavano le elezioni di midterms. Nel 2004, i Repubblicani avevano spodestato il predecessore di Reid come Leader dei Democratici al Senato, il Senatore del Sud Dakota Tom Daschle (D), e speravano di “fare il bis” anche nel 2010. Uno dei motivi per cui i Repubblicani erano stati in grado di battere Daschle sei anni prima era perché avevano un candidato di qualità, l’attuale senatore John Thune (R) – oggi, Majority Whip dei Repubblicani al Senato, il “secondo in grado” dietro il Leader Mitch McConnell. Ma, come si è poi scoperto, questo non è successo nel caso del Nevada.

Nel giugno del 2010, infatti, gli elettori alle primarie del GOP nominarono l’ex membro dell’Assemblea statale, Sharron Angle (R). Una conservatrice del Tea Party. Uno degli annunci della sua campagna elettorale, andato in onda in televisione, è stato citato come “razzista e spregevole” dal senatore del New Jersey Robert Menendez. La posizione di Reid è andata migliorando dopo la nomina della Angle, ma la maggior parte dei sondaggi pre-elettorali vedevano proprio la Angle leggermente avanti. Tuttavia, il reporter Jon Ralston aveva previsto una vittoria di Reid. Ed, infine, il “vecchio pugile” ha vinto con il 50% contro il 45% della Angle. Ralston ha attribuito la vittoria alla superiorità della campagna elettorale dei Democratici: ancora oggi, nonostante si siano esauriti molti dei cili elettorali, la “Macchina di Reid” è ancora una forza potente in questo Stato.

La Sen. Catherine Cortez Masto (D) e Hillary Clinton durante la campagna elettorale del 2016

Reid si è infine ritirato nel 2016 – durante i suoi ultimi anni di mandato, è diventato famoso per i suoi sprezzanti attacchi nei confronti dei miliardari fratelli Koch, due megadonor conservatori – ed è stato poi sostituito dall’ex Procuratore Generale dello Stato, Catherine Cortez Masto (D). Cortez Masto ha sconfitto l’allora Rappresentante repubblicano Joe Heck, del 3° Distretto. Quest’ultimo, inizialmente, ha preso le distanze da Donald Trump in seguito al rilascio di quell’infamante video sui commenti “sessisti” del dell’allora candidato alla Presidenza, ma ha poi ritirato le sue critiche dopo aver affrontato un contraccolpo da parte dell’elettorato di Destra. Il risultato è stato stranamente in linea con l’elezione presidenziale: Hillary Clinton e Cortez Masto hanno vinto entrambe con lo stesso identico vantaggio sugli avversari, il 2,4%. Cortez Masto attualmente è a capo del Democratic Senatorial Campaign Committee (DSCC) ed è stata anche considerata come candidata alla Vice Presidenza di Joe Biden (anche se già alla fine del mese di maggio si è tirata fuori).

Fino al 2019, l’altro senatore del Nevada era il Repubblicano Dean Heller. Nominato dal governatore Brian Sandoval (R) in seguito alle dimissioni del senatore Ensign nel 2011, Heller è stato una figura di lunga corso nella politica del Nevada. Affabile conservatore, Heller ha poi vinto le elezioni per un intero mandato nel 2012. Essendo l’unico Repubblicano a rappresentare uno Stato vinto dalla Clinton nel 2016, Heller è stato uno dei principali obiettivi dei Democratici nelle elezioni di midterm del 2018.

Sin dal suo ritiro, Reid aveva reclutato la rappresentante della Camera al Congresso Jacky Rosen (D) per correre contro Heller. Dal canto suo, Heller aveva ampiamente aderito alla linea del suo partito al Senato e, per la maggior parte della campagna, si è mostrato molto vicino a Donald Trump, ed il Presidente aveva partecipato ai suoi comizi diverse volte. Ma alla fine Heller ha perso, con un distacco di circa il 5%. La Rosen, dal canto suo, ha ottenuto un primato: è la prima deputata ad essere eletta al Senato dopo un solo mandato alla Camera.

Sulla carta, il Nevada ha due distretti congressuali “competitivi

  • Il 3°Distretto, appena a sud di Las Vegas, ha eletto la democratica Susie Lee (D) nel 2018, dopo che i suoi due precedenti occupanti, di cui vi abbiamo parlato, Joe Heck (R) e Jacky Rosen (D), hanno utilizzato questo distretto suburbano per lanciare le loro candidature nel resto dello Stato. Sebbene qui Donald Trump abbia vinto nel 2016, la democratica ha vinto facilmente questo seggio nel 2018 contro il sempiterno candidato Danny Tarkanian (R). Nella sua corsa al Senato, la Rosen ha vinto il suo vecchio distretto del Congresso con un vantaggio del 4%, un miglioramento rispetto alla vittoria di Obama nel 2012 ed alla sconfitta di un solo punto percentuale di Hillary Clinton nel 2016.
Confronto tra le Elezioni nel 3° Distretto del Nevada.
  • Nella sua breve storia – è nato appena nel 2012 – la mancata elezione dell’uscente ha contraddistinto il 4° Distretto. Il suo attuale occupante, il rappresentante Democratico Steven Horsford (D) è al suo secondo mandato non consecutivo: è stato eletto infatti nel 2012, ma, travolto dalla “Onda Rossa” del 2014, ha perso contro il Rappresentante statale, il Repubblicano Cresent Hardy. Nel 2016, invece, il vincitore è il Senatore statale Ruben Kihuen (D), che sconfigge così Hardy. In seguito a delle accuse di “cattiva condotta sessuale“, il Democratico Kihuen ha deciso di non ricandidarsi per un secondo mandato. L’elezione “incerta” del 2018 è stata così teatro della rivincita tra Horsford e Hardy: il Democratico ha vinto con il 52%, contro il 44% del suo avversario. A 47 anni, Horsford viene talvolta menzionato tra i futuri candidati per un’elezione a livello statale. All’inizio di quest’anno, ha ammesso di avere una relazione extraconiugale, anche se resta da vedere se tale ammissione avrà un impatto sulla sua carriera.

La Politica a Livello Statale

L’attuale Governatore del Nevada, il Democratico Steve Sisolak

Il Nevada ha subito un cambiamento politico significativo tra il 2014 ed il 2018. Dopo le elezioni del 2014, i Repubblicani controllavano tutti e sei gli uffici elettivi in tutto lo Stato: dopo le elezioni del 2018, il GOP è rimasto solo a ricoprire la carica di Segretario di Stato. L’attuale governatore, Steve Sisolak, è il primo Democratico eletto dall’inizio di questo secolo. I Democratici hanno ottenuto la maggioranza in entrambi i due rami del Parlamento statale nel 2016 e nel 2018 hanno ampliato i loro margini.

Prima di Sisolak, il Governatore Repubblicano Brian Sandoval era estremamente popolare nello Stato. Repubblicano ispanico e “Pro-choice“, Sandoval è riuscito a trovare un ampio sostegno bipartisan. Eletto per la prima volta nel 2010, è stato rieletto nel 2014 con il 70%, a fronte di un opposizione “nominale” del Democratico Bob Goodman. Curiosità. Nelle loro schede elettorali gli elettori del Nevada hanno anche l’opzione “Nessuno di questi candidati“, opzione che ha ottenuto il maggior numero di voti alle Primarie dei Democratici di quell’anno (sebbene Goodman, come candidato “in carne ed ossa” e con più voti rispetto agli altri, sia stato nominato ugualmente). Nel 2018, a dar segno di nota, è stato il fatto che Sandoval non abbia partecipato in alcun modo alla campagna elettorale e senza fare alcun endorsement. Questo perché, mentre prestava servizio come governatore, si è scontrato con il candidato del GOP, l’allora Procuratore Generale dello Stato, Adam Paul Laxalt.

Brian Sandoval con Elon Musk

Prima di Donald Trump, Sandoval è stato spesso menzionato come possibile candidato alla Presidenza, in parte per i suoi anni di esperienza in uno Statoviola” (cioè uno Stato “indeciso“, in cui sia i candidati Democratici che quelli Repubblicani vincono pur senza una schiacciante maggioranza). Prima di assurgere al massimo incarico di vertice dell’esecutivo del suo Stato, ha servito come Procuratore Generale ed è poi stato nominato giudice federale. Come Governatore, è stato per breve tempo menzionato tra i possibili candidati alla Corte Suprema di Barack Obama nel 2016. Mentre i dirigenti del Partito Repubblicano dello Stato potrebbero decidere di accogliere una sua futura candidatura per una corsa al Senato, gli elettori della base del partito sono diventati decisamente “Trumpier” e potrebbero essere meno entusiasti di questa scelta.

Con una maggioranza democratica in entrambe le Camere del Parlamento statale che va consolidandosi, i Democratici potranno controllare il processo di riorganizzazione distrettuale l’anno prossimo. Con la crescita e lo spostamento della popolazione verso la Contea di Clark, il loro primo obiettivo sarà quello di “fortificare” i due distretti (il 3° e il 4°) che sono potenzialmente vulnerabili. I Democratici potrebbero anche cercare di insidiare il seggio dell’unico rappresentante repubblicano rimasto nello Stato, Mark Amodei, del 2° Distretto, anche se così facendo potrebbero rischiare di disperdere troppo i loro elettori.

L’Elezione Presidenziale del 2020

Il dibattito tra i candidati alle primarie democratiche del 19 febbraio 2020 a Las Vegas

Ogni quattro anni, il Nevada riveste ormai un ruolo importante nelle competizioni per le nomination presidenziali dei due principali partiti. Con il suo caucus, il Nevada è infatti il primo Stato dell’Ovest in cui gli elettori intervengono con il loro voto nel processo di selezione del candidato presidenziale. Per quanto riguarda i Democratici, hanno qui un elettorato nettamente diverso dagli altri Stati che votano per primi. A differenza dell’Iowa e del New Hampshire, con le loro popolazioni pressoché “bianche”, i candidati devono riuscire a “fare breccia” tra gli ispanici per vincere in Nevada, oltre a dover corteggiare le varie sigle sindacali dei lavoratori.

I caucus del Nevada sono iniziati negli anni ’80, ma è stato solo dal 2008 che sono diventato prominenti nel calendario elettorale. Sia per i Democratici che per i Repubblicani, nel 2020, la prima elezione primaria è stato l’Iowa, seguito dal New Hampshire, il Nevada e infine il South Carolina, prima del Super Tuesday. Sfortunatamente per il Nevada, il suo caucus non è stato particolarmente “predittivo“, almeno dal lato democratico (lo aveva vinto Bernie Sanders): dal 2008, per due sole volte (nel 2012 e nel 2016), il vincitore Democratico in questo Stato è riuscito a conquistare la nomination (a differenza della Carolina del Sud, che ha indovinato ogni volta il candidato risultato poi vincente). Con la crescente frustrazione per il sistema dei caucus, dopo le elezioni primarie di quest’anno, l’ex Senatore di lungo corso Harry Reid ha chiesto una transizione dal sistema dei caucus al sistema delle primarie. Il futuro dei caucus del Nevada sembra dunque “incerto e a rischio“.

Anche senza guardare ai suoi dati demografici o alle etnie che lo abitano, la presenza del Nevada nella colonna degli StatiDemocratici” sembrerebbe certamente assicurata. Secondo il censimento, solo il 24% dei suoi residenti di età superiore ai 25 anni possiede almeno una laurea – forse non sorprende, considerando che l’economia del Nevada è in gran parte basata sul settore terziario. Questa forza lavoro surclassa pesantemente la presenza dei “colletti blu” (gli operai) ma, a differenza degli Stati del Midwest, i blue collar del Nevada non sono prevalentemente bianchi. La sua forza lavoro rimane a tutt’oggi fortemente sindacalizzata: la potente Culinary Union rappresenta migliaia di lavoratori che lavorano nei casinò, negli hotel, nei ristoranti e negli altri innumerevoli servizi che offre il Nevada. L’economia, basata principalmente sul turismo, è stata colpita molto negativamente dalla pandemia di COVID-19: sebbene sia in calo rispetto al suo apice, il tasso di disoccupazione nello Stato era al 15% nel mese di luglio (superiore alla media nazionale dell’11% dello stesso periodo) .

Come molti Stati dell’Ovest, alcune delle tendenze “libertarie” nel Nevada lo hanno reso “amico” dei candidati degli altri partiti. Tra gli Stati a registrare un boom di voti per Ross Perot nel 1992 (dove prese il 26% ed arrivò primo anche in una Contea, quella di Storey), nella competizione presidenziale del 2016, i due candidati dei partiti tradizionali hanno ottenuto insieme “solamente” il 93% dei voti in tutto lo Stato.

Sebbene Joe Biden abbia mostrato di essere più debole rispetto ad Hillary Clinton nei confronti dell’elettorato ispanico, la maggior parte dei sondaggisti concorda sul fatto che sia il “favorito” per vincere i 6 voti elettorali del Nevada quest’anno. Si sa che i sondaggisti sbaglino, ma qui sono i Democratici in genere ad essere sottostimati, e a superare le aspettative il giorno delle elezioni.

I sondaggi nel Silver State sono stati però scarsi nel 2020. Jon Ralston osserva che, in termini di registrazioni degli elettori, i Repubblicani hanno guadagnato elettori durante e dopo la pandemia, anche se continuano ad inseguire i Democratici in tutto lo Stato. Nel complesso, il Nevada è ancora relativamente “viola“, ma affinché il Presidente Donald Trump possa vincere in questo Stato, deve riuscire a migliorare i propri margini entro le elezioni del 3 novembre.

REGISTRAZIONI ELETTORI IN NEVADA NEL PERIODO LUGLIO 2020 – AGOSTO 2020:
Guadagno netto dei Repubblicani: 11.441 elettori
Guadagno netto dei Democratici: 9.274 elettori
La folla attende l’apparizione del Presidente Donald Trump all’aeroporto di Minden, in Nevada, durante il rally del 12 settembre 2020

L’Opinione de L’Osservatore Repubblicano

Il Nevada non ha eletto un presidente repubblicano dai tempi di George W. Bush nel 2004. Questo trend negativo per i Repubblicani potrebbe dunque cambiare? La campagna per la rielezione di Donald Trump ha battuto il Nevada come mai prima d’ora in quest’anno elettorale, ed i funzionari locali del GOP sembrano credere che lo Stato possa “cambiare idea” e votare per la riconferma del Presidente questo novembre.

Trump ha perso nel Silver State nel 2016 contro Hillary Clinton per un 2,4% di margine, inferiore a quello con cui Barack Obama aveva vinto in questo Stato nelle due elezioni precedenti. Lo scarto da recuperare non sarebbe poi molto.

Ma i sondaggi non sembrano avvalorare questo ottimismo in casa GOP, ed infatti il candidato presidenziale democratico Sleepy Joe Biden è sempre e costantemente avanti nei sondaggi in questo Stato. L’attuale media dei sondaggi di FiveThirtyEight da Biden in testa con il 6,5%, dato leggermente inferiore alla sua media nazionale, che è del 7,3%.

Eppure il deputato Mark Amodei, l’unico Repubblicano del Nevada alla Camera, sembra comunque ottimista, argomentando che il Governatore Democratico non avrebbe convocato il parlamento per una sessione speciale a 90 giorni delle elezioni per modificare le leggi che regolano le elezioni se Joe Biden fosse stato veramente in vantaggio.

Ad agosto, infatti, il Parlamento statale controllato dai Democratici ha revisionato il proprio sistema di voto per corrispondenza, approvando un piano per inviare il voto per posta a tutti gli elettori registrati dello Stato (c.d. Mail-in vote).

Dal canto suo, Donald Trump, sfidando coraggiosamente le limitazioni imposte a causa del Coronavirus dal governatore democratico Steve Sisolak, ha tenuto ben due manifestazioni nello Stato, così come anche i figli del presidente, Donald Trump Jr. ed Eric Trump, hanno organizzato eventi nello Stato.

Il Presidente Donald Trump durante una manifestazione elettorale ad Henderson, in Nevada

Sempre secondo Amodei, l’ultima volta che un Repubblicano è andato “porta a porta” sino alla fine in Nevada è andato bene, e quella è stata la volta dei sostenitori di Bush, mentre Mitt Romney nel 2012 e John McCain nel 2008 avevano rinunciato a fare campagna elettorale nello Stato già ben prima delle elezioni. La presenza continua e incessante della campagna elettorale del Presidente negli ultimi quattro anni è confermata da Samantha Zager, vice segretario stampa nazionale della campagna elettorale di Donald Trump. Il Team di Trump vanta di aver stabilito oltre 2,5 milioni di contatti con gli elettori nello Stato solamente in questo ciclo elettorale. Il “Nevada Trump Victory” ha tenuto oltre 1.000 iniziative e oltre 950 “Meetup MAGA“, oltre ad aver rivendicato la registrazione di oltre 9.600 elettori.

Donald Trump può anche contare sul recente endorsement alla presidenza del Las Vegas Review-Journal – che lo aveva già appoggiato nel 2016 – uno dei pochissimi giornali che ha rilevanza in tutto il paese ad averlo fatto. Importante, dato che gli americani si informano molto di più sulla propria stampa locale.

I Democratici del Nevada, invece, si sono fatti “beffe” dell’idea che Trump possa realisticamente vincere in questo Stato quest’anno, puntando ad accusare Trump delle sua “menzogne” riguardo la gravità della pandemia, e sul fatto che i politici Democratici in Nevada abbiano “riempito il vuoto” e preso le decisioni difficili che erano necessarie per mantenere i cittadini al sicuro, per riaprire responsabilmente l’economia e per riportare le persone al lavoro in sicurezza. “Blame Trump” strategy insomma.

Secondo Christina Ladam, professoressa dell’Università del Nevada, però, chiunque corteggi gli elettori indipendenti in questo Stato potrebbe portarsi a casa la vittoria. Ad agosto, ci sono più di 90.000 Democratici registrati in più rispetto ai Repubblicani, tuttavia ci sono oltre 390.000 elettori registrati come indipendenti.

Il Presidente Donald Trump arriva per parlare ad una manifestazione all’aeroporto di Minden-Tahoe, in Nevada, il 12 settembre del 2020

Ma Ladam suggerisce anche che la pandemia di Coronavirus potrebbe far oscillare lo Stato a favore dell’ex vicepresidente Joe Biden, poiché la disoccupazione ha colpito duramente la nazione, ed il Nevada lo è stato forse di più. Ad agosto, il tasso di disoccupazione è stato del 13,2% nello Stato, rispetto all’8,4% a livello nazionale.

Trump ritiene invece che esprimersi chiaramente contro le chiusure ed il nuovo lockdown minacciato da Joe Biden, provvedimenti che insieme danneggiano l’economia, potrebbe aiutarlo a conquistare definitivamente gli elettori del Nevada.

Secondo Richard Ganzel, professore emerito presso l’Università del Nevada, Trump dovrà invece superare i fattori demografici: l’esodo dei conservatori della California, che inizialmente era riuscito a bilanciare il voto pro-Democratici dei lavoratori del settore terziario, è già stato eguagliato e superato, principalmente con l’immigrazione di messicani e latinos, I numeri dei latinos dello Stato sono infatti raddoppiati negli ultimi 10 anni, fino a raggiungere l’un terzo della popolazione.

Tuttavia, a nostro avviso è sbagliato considerare il voto delle minoranze in base alla loro identity policy. Sebbene i latinos votino abbastanza compattamente per i Democratici (80 a 20) ciò non significa che lo faranno sempre e in queste proporzioni: se ci si aspetta che i latinos voteranno per Biden perché si presume che un latinos voterà sempre e comunque un candidato Democratico, e poi questo non succede, diventano problemi seri se si è impostata la propria campagna elettorale su questa convinzione. Pertanto non è da escludere che Donald Trump, in questi quattro anni – al netto della pandemia – possa comunque aver migliorato i suoi margini tra i latinos, cosa che potrebbe mettere Joe Biden in seria difficoltà.

Membri della Culinary Union, il potente sindacato dei lavoratori del Nevada, che sostiene Joe Biden come Presidente, sebbene durante le primarie non avesse espresso preferenza per alcun candidato (anzi, voci si erano alzate contro il programma di Bernie Sanders “Medicare For All”)

Altro fattore da considerare è la Culinary Union del Nevada, nota per la sua influenza nella politica dello Stato, che ha ufficialmente dato il suo appoggio a Joe Biden. Il sindacato ha un esteso programma “get-out-the-vote” per invogliare i propri iscritti a recarsi alle urne. Ma la pandemia e i divieti che sono state introdotti potrebbero aver intaccato negativamente le capacità di persuasione del sindacato quest’anno, oltre al fatto che questa campagna sia partita anche tardi, il 1° agosto. Anche la campagna elettorale di Sleepy Joe Biden, che all’inizio si era concentrata solamente sugli eventi online, dopo aver cambiato idea, ha iniziato molto tardi la campagna “porta a porta“, nonostante abbia recentemente affermato che questa pratica metta a rischio “la vita degli elettori“.

Il Mail-in Vote in Nevada

Le schede elettorali per corrispondenza per le elezioni generali del 2016 vengono mostrate al centro di votazione delle elezioni presso il Centro governativo della Contea di Salt Lake City, nello Utah

Come già accennato, il Nevada ha approvato quest’anno una legge per entrare a far parte di quel gruppo di Stati che nelle loro elezioni votano completamente per corrispondenza, come già accade, ad esempio, nel vicino Utah.

Le votazioni per corrispondenza saranno inviate tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, anche se potrebbero arrivare in tempi diversi tra le varie contee. Gli elettori che non desiderano inviare le loro schede con il servizio postale, potranno lasciarle nelle sedi predisposte per le votazioni anticipate (c.d. early voting), che apriranno il 17 ottobre. Gli elettori potranno anche votare di persona. La nuova legge ha predisposto infatti 140 seggi elettorali “fisici” nello Stato. Per votare di persona con il consueto totem computerizzato, l’elettore dovrà portare la propria scheda elettorale ricevuta per corrispondenza e consegnarla oppure firmare un documento in cui si dichiara che non voterà con la scheda elettronica per corrispondenza. Verranno conteggiate le schede elettorali che presentino il timbro dell’ufficio postale con la data del giorno delle elezioni (3 novembre) e che verranno ritirate entro le ore 19:00 del giorno delle elezioni.

La campagna di Trump e il Comitato Nazionale Repubblicano hanno citato in giudizio il Nevada per questa legge. La campagna elettorale di Trump sostiene nella sua denuncia che l’espansione del voto per corrispondenza “faciliterebbe la frode ed altre pratiche di voto illegittime” oltre a “diluire il valore dei voti onesti e legali” in violazione del 14° emendamento della Costituzione. In particolare, il Presidente sostiene che il Governatore del Nevada abbia in questo modo reso impossibile ai Repubblicani la conquista dello Stato e che il Servizio Postale non sia in grado di gestire un così grande volume di voti per corrispondenza senza una adeguata preparazione.

La legislazione bypassa anche i poteri del Segretario di Stato del Nevada, la Repubblicana Barbara Cegavske, per quanto concerne la sorveglianza delle procedure elettorali e lo svolgimento delle elezioni, dando questi poteri proprio al Governatore qualora egli dichiarasse lo “Stato di Emergenza“.

Tuttavia, un giudice del Nevada si è già espresso negativamente in una sentenza sui ricorsi che la campagna elettorale di Trump sta portando avanti, ritenendo che gli argomenti addotti dalla campagna stessa e le prove del “danno” agli elettori siano generalizzate e speculative. Rimangono comunque forti le perplessità sull’efficienza e la speditezza del Servizio Postale e sull’esautorazione dei poteri del Segretario di Stato in caso venga proclamato lo Stato di Emergenza. Vedremo.

Dall’immagine che vedete qui sotto, che mostra i numeri attuali del voto per corrispondenza in Nevada, la situazione sembra abbastanza promettente per Donald Trump. Tuttavia, risulta ancora che la Contea di Clark (dove è Las Vegas), una delle principali “roccaforti” dei Democratici, non abbia ancora spedito le schede per votare per corrispondenza.

Il Nevada non è decisivo per la vittoria di Trump, ma potrebbe essere un interessante “pick-up”

Al netto di tutto ciò considerato, stiamo parlando comunque di uno Stato che non è “necessario” che Donald Trump vinca per rimanere nello Stadio Ovale, o almeno, non così “decisivo” come possono essere la Florida, il North Carolina, l’Ohio, il Michigan o la Pennsylvania. Il Nevada fa però parte di quegli Stati-obiettivo in cui Trump potrebbe puntare a vincere per migliorare i suoi margini rispetto al 2016 e dove il “sorpassonon è poi così impossibile. E’ comunque, in fin dei conti, sempre un “Purple State“.

I Democratici del Nevada temono che la pandemia di Coronavirus possa indebolire la presa di Biden sullo Stato, dopo che Hillary Clinton lo ha vinto, anche se con un margine ristretto, nel 2016. Sleepy Joe Biden non visita infatti il Nevada da febbraio.

Pesa quindi, per i Democratici, il fatto di aver “terrorizzato” il proprio elettorato con la pandemia di Coronavirus, all’opposto invece degli elettori Repubblicani, che hanno meno paura. Le persone si sono rintanate in casa per molto tempo, e nessuno è andato a fare campagna elettorale “porta a porta” per mesi. Anche le sigle sindacali in appoggio a Joe Biden rilevano la mancanza di sforzi per far registrare gli elettori di persona o nel tenere conversazioni con i potenziali elettori.

Persino il Cook Political Report a settembre ha spostato il Nevada da “Likely Democrat” a “Lean Democrat” dopo che la campagna elettorale di Donald Trump ha speso milioni di dollari in pubblicità, costringendo dunque la campagna di Biden a recuperare il ritardo (ma manca poco meno di un mese).

La folla in attesa di ascoltare il Presidente Donald Trump in una manifestazione all’aeroporto di Minden-Tahoe, Nevada. Il Governatore Democratico del Nevada ha infine deciso che non punirà la Contea che ha ospitato il raduno di Donald Trump

Ma Joe Biden non visita lo stato da febbraio, anche se la sua compagna di corsa, la Senatrice Kamala Harris si è recata i primi giorni di ottobre. Il Presidente Donald Trump ha invece tenuto una manifestazione vicino a Las Vegas a metà settembre.

Il Nevada è uno Stato “difficile” per i Repubblicani da circa 16 anni. Ma una combinazione di eventi, accompagnata con una combinazione di candidati, ha messo “in gioco” il Nevada quest’anno come mai prima d’ora, il che dovrebbe davvero spaventare i Democratici.

Sulla carta, Sleepy Joe Biden ha certamente più probabilità di vincere che di perdere in Nevada, ma Donald Trump ha le sue possibilità di invertire il corso negativo per i candidati Repubblicani che si è manifestato negli ultimi anni, Repubblicani che, questa volta, sembrano particolarmente agguerriti.

Il Nevada tuttavia chiude i seggi molto tardi (sarà già piena notte in Italia) quindi sarà impossibile durante lo spoglio determinare se e quanto peserà il voto tra i lationos per Donald Trump rispetto agli Stati più prossimi alla costa orientale, dove si cominciano a contare i voti prima. Solo il voto di questi ultimi potrà ragionevolmente predire se il Nevada avrà qualche chance di essere preso o meno da Trump.

Sondaggi: Trump vs. Biden in Nevada

I sondaggi danno come “favorito” Sleepy Joe Biden in queso Stato.

* Abbiamo selezionato alcuni sondaggi sul Nevada in base alla nostra esperienza ed alla media di RealClearPolitics.com, non tenendo però conto dei sondaggi tra gli elettori registrati (RV) – poiché riteniamo più affidabili quelli tra i Likely Voters (LV), che sono gli elettori che andranno sicuramente a votare – e degli istituti di sondaggio più scadenti (come quello di FOX News). Abbiamo poi inserito in basso il dato delle elezioni presidenziali del 2016 nello Stato per un confronto.

Sondaggiodatacampionebiden (d)trump (R)margine
* Rasmussen Reports23/9 – 25/9750 LV49.048.0Biden +1
* NY Times / Siena8/9 – 10/9462 LV46.042.0Biden +4
* Presidenziali 20168/11/16Hillary
Clinton (D)
47.9
Donald
Trump (R)
45.5
Hillary +2.4
*LV – Likely Voters (sono gli elettori che andranno sicuramente a votare)

Note:

  • Le informazioni qui contenute provengono da 270ToWin, cui rimandiamo (è sufficiente cliccare su “more info”) per un ulteriore approfondimento personale.

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Maine

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