“The Road To 270”: Gli Stati che hanno già deciso di votare per… ‘Sleepy’ Joe Biden!

Sostenitori di Joe Biden durante un comizio per le primarie in South Carolina

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The Road to 270 è una serie settimanale – curata dal sito di approfondimento politico elettorale americano 270ToWin – che porterà fino alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti. Ogni puntata viene dedicata alla comprensione del panorama politico di uno Stato e al modo in cui ciò potrebbe influenzare la corsa verso la Casa Bianca del candidato presidente che ne vincerà i Grandi Elettori nel 2020.

Quali sono gli Stati che hanno già deciso di votare per l’ex Vice Presidente “Sleepy” Joe Biden alle Elezioni Presidenziali del 2020?

La Mappa degli Stati che hanno già deciso di votare per il candidato alla nomination democratica Joe Biden alle Elezioni Presidenziali del 2020. Questi rappresentano lo “zoccolo duro” degli Stati che votano da molto tempo per i candidati Democratici.
13 Stati più il Distretto di Columbia (D.C.) che corrispondono a 182 Grandi Elettori.

Anche la Virginia, il Colorado, il New Mexico e, sopratutto, il Minnesota votano da lungo tempo per i Democratici o hanno consolidato il proprio passaggio nel gruppo degli Stati “Blu” negli ultimi anni alle elezioni presidenziali, ma verranno trattati a parte negli articoli loro dedicati.

Anche la Pennsylvania, il Michigan e il Wisconsin facevano parte del “blocco” degli Stati Democratici, ma alle ultime Elezioni Presidenziali del 2016 hanno votato per Donald Trump e quindi verranno trattati a parte negli articoli loro dedicati.

In base alla media dei sondaggi di quest’anno, confrontata con i risultati delle precedenti Elezioni Presidenziali del 2016 e di quelle ancora prima, si possono individuare correttamente gli Stati il cui elettorato quest’anno, molto verosimilmente, voterà con molta probabilità, se non con “certezza”, per l’ex Vice Presidente di Barack Obama, il candidato democratico alla presidenza “Sleepy” (come lo ha soprannominato il Presidente Donald Trump) Joe Biden.

Questi Stati, ormai ridotti a 13, fanno parte del “gruppo” degli Stati che sostengono i Democratici ormai da molte elezioni consecutive e portano “in dote” 182 Grandi Elettori. Diciamo “ormai ridotti” perché nelle ultime Elezioni Presidenziali del 2016 la Pennsylvania, il Michigan e il Wisconsin, per lungo tempo “Roccaforti” del voto per i Democratici, hanno “oltrepassato la barricata”, spalancando le porte dello Studio Ovale all’attuale inquilino della Casa Bianca, il Presidente Donald Trump.

Se guardiamo agli Stati che, sin dal 2000, votano ininterrottamente per i Democratici, li ritroviamo tutti. Alla lista andrebbe aggiunto anche il Minnesota, da sempre una “Roccaforte” Democratica (fu l’unico Stato a non votare per Ronald Reagan, assieme al Distretto di Columbia, nella famosa “elezione a valanga” del 1984, ma anche perché il fallimentare candidato dei Democratici all’epoca, Walter Mondale, veniva proprio da qui). Ma ci sono degli sviluppi, in corso ormai da molti anni e che potrebbero già emergere in queste elezioni, che ci portano a dover trattare di questo Stato a parte.

A questi Stati, ad onor di completezza, si direbbe che dovremmo aggiungere anche la Virginia (13 Grandi Elettori), il Colorado (9 Grandi Elettori) e il New Mexico (5 Grandi Elettori). Tuttavia, se guardiamo alla mappa degli Stati che votano sempre uguale dal 2000, non li troviamo: questo perché il “passaggio” di questi Stati nel gruppo degli Stati “Blu” è più recente, e risale all’epoca della vittoria di Barack Obama nel 2008. Se guardiamo ai risultati delle ultime Elezioni Presidenziali, inoltre, notiamo che sono elencati tra quelli (che abbiamo indicato nella nostra introduzione) che hanno un margine di distanza tra i candidati dei due Partiti minore del 10% e, pure se si guarda agli ultimi sondaggi, si nota come essi siano “Blu” ma “non poi così Blu”. Pertanto, riteniamo più prudente analizzare questi Stati in separata sede e tra quelli ancora “competitivi”; anche se è fuor di dubbio che essi si stiano avviando sul sentiero che li condurrà al gruppo degli Stati propriamente “Blu”, questo processo ancora non riguarda le prossime Elezioni Presidenziali (anche perché non rientrano nei i criteri oggettivi che abbiamo scelto per poterli includere definitivamente tra quelli che sono “già decisi”).

Dunque, gli Stati i cui elettori hanno già deciso di riportare alla Casa Bianca l’ex Vice Presidente “Sleepy” Joe Biden sono (in ordine alfabetico)…

California

ELEZIONI PRESIDENZIALI
La California (more info), lo Stato più popoloso e che mette più Grandi Elettori in campo alle Elezioni Presidenziali (55 quest’anno), è la maggiore responsabile della sconfitta dei Repubblicani alla Camera nelle ultime elezioni di midterm del 2018. I Democratici infatti, hanno strappato 41 seggi favorevoli ai Repubblicani, in gran parte capovolgendo i distretti suburbani in tutta la Nazione: e in gran parte questo passaggio è avvenuto proprio qui in California, specie nella Orange County (basti pensare che i Repubblicani hanno vinto in California solo 6 distretti, a fronte dei 45 vinti dai Democratici).

La California, tuttavia, non è sempre stata la “Roccaforte” democratica che è oggi. Dal 1952 al 1988 ha votato solamente per i candidati alla presidenza dei Repubblicani (ad eccezione ovviamente della riconferma “a valanga” di Lyndon Johnson del 1964). dall’inizio degli anni ’90, tuttavia, i cambiamenti demografici (come quelli che da ultimo hanno travolto i Repubblicani nella Contea di Orange) hanno spinto la California sempre di più nell’angolo degli Stati “Blu”. La competizione è ormai tutta interna a “Casa Dem” che, per numero di delegati, è anche lo Stato più importante delle loro primarie presidenziali e che può influenzarne notevolmente la corsa (anche se, nelle ultime elezioni primarie del 2020, la vittoria di Bernie Sanders qui non è bastata ad imprimere una svolta vincente alla sua candidatura per la nomination).

Le tendenze demografiche, dicevamo, hanno spinto la California sempre più tra le braccia dei Democratici, rendendolo uno Stato “sicuro” per qualsiasi candidato alla fine vinca la loro nomination. Guardando oltre le elezioni del 2020, è improbabile che questo dominio dei Democratici alle elezioni presidenziali cambierà tanto presto in questo Stato.

Tuttavia, la splendida “Roccaforte” dei Democratici… perde pezzi! Il rallentamento della crescita della popolazione, registrato nell’ultimo decennio, significa che lo Stato potrebbe perdere un seggio al Congresso – e quindi anche un Grande Elettore – già con il prossimo censimento del 2020. Se ciò avverrà, sarebbe la prima volta che il Golden State perderà un Rappresentante a seguito di un censimento. Ma comunque non ci sono dubbi che la California, con i suoi 55 Grandi Elettori, voterà per Joe Biden e, ovviamente, per la sua Senatrice Kamala Harris, la candidata alla Vice Presidenza Democratica. Scelta per ricoprire una casella importante in un ticket elettorale che si candida alla Presidenza, viene da dire che la scelta è stata “sprecata”, dato che proviene da uno Stato che, come dicevamo, non è assolutamente competitivo.
ELEZIONI AL SENATO
In California non si elegge alcun Senatore quest’anno.

Connecticut

ELEZIONI PRESIDENZIALI
In Connecticut (more info), come gran parte del New England, gli elettori, sebbene da lungo tempo, e precisamente, dalle elezioni presidenziali del 1988, votino per i candidati Democratici, non escludono a priori la possibilità di sostenere anche i candidati dei Repubblicani, sebbene a livello locale: basti pensare che il GOP ha espresso i Governatori di questo Stato dal 1995 al 2011 e che le ultime tre elezioni sono state perse entro un margine di 5 punti percentuali. Tuttavia, i Democratici mantengono il controllo di tutti gli altri uffici elettivi a livello statale sin dal 1999 e anche le Assemblee legislative locali sono sempre state, sostanzialmente, a loro maggioranza.

Sebbene sia uno degli Stati con più istruiti della nazione, il 39% dei residenti del Connecticut non ha una laurea. Questi elettori, che appartengono principalmente alla classe operaia, vivono nelle ex città industriali che punteggiano il suo paesaggio. Pur essendo uno Stato “Roccaforte” che sostiene i Democratici alle presidenziali, Donald Trump ha funzionato particolarmente bene qui come candidato, sopratutto nelle città vicino al confine con il Rhode Island e nel nord-ovest, mentre Mitt Romney, ricco ed istruito uomo d’affari, si è dimostrato invece un candidato poco adatto per questi elettori. Il conservatorismo culturale di Trump sembra prendere dunque piede. Nel 2016 Hillary Clinton ha vinto lo Stato con il 55%, contro il 41% di Trump, ma ha perso il sostegno delle campagne. Nel segno quindi della crescente spaccatura tra le realtà urbane e quelle rurali, Trump è stato il primo candidato repubblicano, dopo George H.W. Bush nel 1988, ad aver vinto nelle piccole cittadine dello Stato (88 su 169) mentre la Clinton ha vinto in quelle più ricche, dove generalmente i Repubblicani andavano meglio. I cambiamenti visti nel 2016 si sono trasposti sostanzialmente identici nelle elezioni di midterm del 2018. Dei cinque Rappresentanti Democratici alla Camera degli Stati Uniti che si sono candidati per la rielezione, nonostante abbiano preso tutti più del 60%, quattro hanno visto diminuire i loro margini di consenso ottenuti appena due anni prima, e questo sopratutto a causa della disaffezione nel sostegno tra la classe lavoratrice.

Tutto considerato, però, è abbastanza ovvio che alle prossime elezioni presidenziali del 2020 i 7 Grandi Elettori del Connecticut siano al sicuro per Joe Biden, ma il Presidente Donald Trump potrebbe vedere aumentare ancora il suo consenso in questo Stato.

E’ improbabile che il Connecticut riceva molte attenzioni nella prossima campagna elettorale, così come in quelle immediatamente successive, ma potrebbe diventare un obiettivo interessante per i Repubblicani, sopratutto in un ottica di lungo periodo.
ELEZIONI AL SENATO
In Connecticut non si elegge alcun Senatore quest’anno.

Delaware

ELEZIONI PRESIDENZIALI
Il Delaware (more info), con solo tre contee, è il secondo Stato più piccolo per superficie negli Stati Uniti. Sede di ricchi bianchi e di una consistente minoranza afro-americana, non c’è Stato come il “First State“. Date le dimensioni più che contenute, gli elettori del Delaware conoscono i loro politici e si aspettano di vederli spesso; proprio per questo rapporto “stretto” che hanno con gli elettori, i politici che provengono da qui possono rimanere in carica praticamente per tutto il tempo che vogliono, ed ecco perché Joe Biden può vantare lunga permanenza al Senato (dal 1973 al 2009), sebbene non sia mai stato propriamente un candidato “vincente” fuori da qui. A livello statale, il Delaware è sempre più dominato dai Democratici. Il Partito esprime il Governatore dello Stato dal 1993 e mantiene la “tripletta” (cioè il Governatore e la maggioranza sia alla Camera che al Senato dello Stato espressione dello stesso Partito) dal 2009.

Anche se nel 2016 avevano ottenuto un seggio in più al Senato del Delaware, il 2018 ha segnato l’anno “nero” per i Repubblicani in questo Stato. I due leader dell’opposizione parlamentare non sono stati rieletti, hanno perso le uniche due cariche elettive a livello statale che detenevano, ovvero quella di Tesoriere dello Stato e di Auditor (retto sin dal 1989 da Tom Wagner (R), che quell’anno decise di ritirarsi in pensione) ed hanno acuito lo svantaggio al Senato dello Stato (nel 2016 infatti avevano quasi la “parità” numerica di seggi con i Democratici).

Alle Elezioni Presidenziali del 2016 Hillary Clinton ha vinto il “First State” con solo l’11% di vantaggio su Donald Trump (il peggior risultato dalle elezioni del 2000 per un candidato Democratico); ma con Joe Biden alla testa del ticket democratico per le presidenziali nel “suo” Stato d’origine, è certo che i 3 Grandi Elettori del Delaware, quest’anno, voteranno per il loro ex-Senatore.

Sarà interessante vedere se, comunque, il Presidente Donald Trump (che nel 2016 ottenne il 41.9%, come George W. Bush nel 2000) in uno Stato che vede, come tutti gli altri, acuire le differenze tra la realtà urbana e quella rurale, confermerà i suoi numeri oppure lì aumenterà fino ad eguagliare il 45.8% della rielezione di Bush Jr. nel 2004 oppure se il Delaware si abbandonerà completamente al voto “di carità di patria” per il suo ex-Senatore.
ELEZIONI AL SENATO
Anche in Delaware ci sarà la contestuale elezione per il seggio al Senato. Il Senatore democratico in carica, Chris Coons (D), è in corsa per la rielezione al suo secondo mandato pieno consecutivo. Lo sfidante Repubblicano sarà scelto nelle primarie previste per il 15 Settembre. Il seggio è considerato “sicuro” per i Democratici.

Hawaii

ELEZIONI PRESIDENZIALI
Nelle Hawaii (more info) le ultime tre Elezioni Presidenziali hanno visto i candidati Democratici con il più ampio margine di vittoria di qualsiasi altro Stato. La tendenza è iniziata nel 2008, quando il “figlio” più famoso dello Stato, Barack Obama, è diventato il candidato del Partito. Sebbene i Democratici abbiano una presa sicura sulla politica delle Hawaii, il partito non è affatto unito. Lo spirito liberal-progressista in ascesa ha creato una frattura tra le ali del Partito, ovvero tra i discendenti degli immigrati giapponesi, più conservatori ed anziani, ed i “bianchi”, che hanno una base più progressista e giovane. L’ala liberalprogressista del Partito ha continuato a crescere negli ultimi anni, come dimostrerebbe anche il successo di Bernie Sanders nei caucus dello Stato del 2016. Quell’anno, la rappresentante Tulsi Gabbard – all’epoca Vicepresidente del Comitato Nazionale Democratico – si era dimessa per sostenere il Senatore socialista del Vermont. Le primarie del 2020, invece, causa Pandemia di Coronavirus, il ritiro prematuro del candidato della Sinistra radicale Bernie Sanders e l’endorsement della sua “figlia” nativa, questa volta in favore di Joe Biden, non sono state abbastanza competitive per poter ricavarne un dato affidabile, anche al fine di un confronto con le tendenze emerse nel 2016.

I Repubblicani sperano che le divisioni in “Casa Dem“, unite ad altri problemi dello Stato – peggiorati sotto la leadership democratica – le tasse elevate, i senzatetto ed il debito pensionistico – spingeranno sempre di più gli elettori verso di loro. Ma, data la duratura lealtà degli elettori democratici verso il Partito, i dati demografici favorevoli ad un ticket democratico e gli enormi margini da dover recuperare, il “sorpasso” sembra improbabile anche in un prossimo futuro. E’ lecito dunque ritenere che le Hawaii, con i loro 4 Grandi Elettori, voteranno per Joe Biden nel 2020.
ELEZIONI AL SENATO
Nelle Hawaii non si elegge alcun Senatore quest’anno.

Illinois

ELEZIONI PRESIDENZIALI
L’Illinois (more info) era una volta il punto di riferimento politico degli Stati Uniti. Dal 1896 al 1996 lo Stato ha regolarmente oscillato tra i due principali Partiti ed ha votato per il candidato alla presidenza risultato vincente in ogni elezione (tranne che in due). Ma dal 1992 ha cominciato a votare per il candidato Democratico in tutte le elezioni presidenziali successive. Perché lo Stato che è più demograficamente simile al resto della Nazione, nel suo complesso, non è più uno stato “indeciso”? In breve, perché i Democratici hanno abbandonato gli elettori che risiedono nell’Illinois rurale (in diminuzione) concentrandosi sugli elettori che risiedono invece a Chicago e nei suoi sobborghi (in crescita). Questo “scambio” ha consentito di mantenere lo Stato nelle loro mani, da Bill Clinton negli anni ’90 sino ad Hillary Clinton nel 2016. Ma, al di fuori dei risultati particolarmente consistenti di Barack Obama nel 2008 (d’altronde, era anche il Senatore di questo Stato, n.d.r), l’Illinois ha votato per i Democratici con un margine di vantaggio che va mediamente dal 10% al 18% nelle ultime sette elezioni presidenziali.

I Repubblicani, però, sono sempre stati competitivi quando si parla di eleggere il Governatore dell’Illinois. A partire dal 1977 fino al 2003 (ed una breve parentesi tra il 2014 e il 2018) sono stati i Governatori Repubblicani a guidare questo Stato. Questi Repubblicani, secondo gli standard odierni del Partito, sono sempre stati però più “progressisti” rispetto ai loro colleghi del GOP negli altri Stati.

Chicago rimane una delle città più grandi della Nazione, sostenuta dai settori finanziario, commerciale e tecnologico. Ma, nonostante la transizione della città verso la c.d. New Economy, l’Illinois continua a crescere più lentamente rispetto al resto del Paese. Ciò ridurrà il peso dello Stato sulla mappa elettorale. Negli anni ’20 e ’30 l’Illinois aveva 29 voti nel Collegio Elettorale. Nel 2012 era arrivato a 20 ed è probabile che scenderà a 19 Grandi Elettori dopo il censimento del 2020.

Dato che le regioni urbane e suburbane dell’Illinois stanno crescendo, mentre quelle rurali si stanno spopolando, l’Illinois non diventerà certamente un “Campo di Battaglia” nel breve periodo. È dunque più che probabile che l’Illinois, con i suoi 20 Grandi Elettori, voterà per Joe Biden questo novembre.
ELEZIONI AL SENATO
Anche in Illinois ci sarà la contestuale elezione per il seggio al Senato. Il Senatore democratico in carica, Dick Durbin (D), che è Senate Minority Whip dei Democratici dal 2015, è in corsa per la rielezione al suo quinto mandato consecutivo. Lo sfidante Repubblicano sarà Mark Curran (R), sceriffo della Contea di Lake, nell’area metropolitana di Chicago. Il seggio è considerato “sicuro” per i Democratici.

Maryland

ELEZIONI PRESIDENZIALI
Il Maryland (more info) è uno degli Stati più liberal del paese. Nel 2011, il Parlamento statale ha approvato una legge per fornire l’istruzione all’interno dello Stato anche agli immigrati privi di documenti; un anno dopo il Maryland ha legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso attraverso un referendum popolare. Nel 2012 e nel 2016 ha dato a Barack Obama e ad Hillary Clinton oltre il 60% del voto popolare.

Potrebbe sembrare sorprendente, quindi, che un bastione così liberal abbia eletto un Repubblicano, Larry Hogan (R), come Governatore nel 2014 e nuovamente nel 2018. Hogan, tuttavia, è un moderato sulle questioni sociali, mentre è più conservatore sui temi fiscali. Questo mix ideologico si è adattato perfettamente alla variegata popolazione dello Stato, che è maggiormente ricca ed istruita.

Dal 1992 al 2004, i candidati dei Democratici hanno costantemente vinto il Maryland con circa il 15% di vantaggio. Nel 2008, Barack Obama ha ampliato tale margine oltre il 25%. Obama ha conservato questo margine nel 2012, anche se ha perso al livello nazionale il 3%. Nel 2016, Hillary Clinton ha vinto questo Stato con un margine del 26%, il più alto dalla vittoria “a valanga” di Lyndon Johnson del 1964.

Mentre le minoranze etniche ed i bianchi con un istruzione universitaria hanno iniziato progressivamente a spostarsi tra le file del Partito Democratico, hanno anche iniziato ad essere la maggioranza della popolazione qui nel Maryland. Ciò ha contribuito a portare lo Stato nel gruppo degli Stati che votano per i Democratici nel 1992 e a renderlo, negli anni successivi, la “Roccaforte” che è oggi. Ma la prosperità economica prodotta tra gli anni ’80 e ’90 non ha protetto il Maryland dai conflitti politici e sociali. The Wire, una serie televisiva che è andata in onda dal 2002 al 2008, ha documentato perfettamente la corruzione delle istituzioni di Baltimora: nel dipartimento di polizia, tra i sindacati portuali, nel governo della città, nelle scuole pubbliche e nei media. Lo Stato e Baltimora registrano ancora delle sacche di povertà impressionanti se confrontate con la ricchezza complessiva dello Stato. Nel 2015, quando Freddy Gray, un giovane uomo di colore a Baltimora, ha riportato delle ferite, che si sarebbero rivelate poi fatali, mentre veniva trasportato in un furgone della polizia, le Rivolte di Baltimora hanno attratto i riflettori nazionali. Il caso di Freddy Gray è l’equivalente di quello a cui abbiamo assistito con la morte di George Floyd a Minneapolis per l’Amministrazione Obama.

Questo novembre, nessuno dei seggi al Senato per il Maryland andrà ad elezione, nessuno dei seggi dello Stato alla Camera degli Stati Uniti sembra essere competitivo e non c’è alcun dubbio che il Maryland, così come i suoi 10 Grandi Elettori, voterà per Joe Biden.
ELEZIONI AL SENATO
In Maryland non si elegge alcun Senatore quest’anno.

Massachusetts

ELEZIONI PRESIDENZIALI
Il Massachusetts (more info) vanta alcune delle figure politiche più famose e potenti degli Stati Uniti: John Adams, Daniel Webster, Calvin Coolidge, John F. Kennedy e George H.W. Bush, per citarne solo alcuni, hanno tutti radici in questo piccolo Commonwealth del New England. Nelle recenti elezioni presidenziali il Massachusetts è stato uno degli Stati più favorevoli ai Democratici dell’intera Nazione. Fu l’unico a votare per il candidato democratico nella vittoria “a valanga” repubblicana del 1972 per la riconferma di Richard Nixon. A partire dal 1992, ogni candidato alla Presidenza dei Democratici ha vinto qui con il doppio dei voti del suo sfidante Repubblicano, che non hanno mai vinto una sola contea dello Stato. Mentre i margini di vittoria alle Elezioni Presidenziali sono via via aumentati per i Democratici, le dinamiche all’interno dello Stato hanno visto alcuni cambiamenti: confrontando le elezioni del 2012 con quelle del 2016, le contee del Massachusetts sembrano seguire le tendenze del resto della Nazione; le contee rurali più orientali si sono spostate pesantemente verso Donald Trump, mentre le contee urbane e suburbane nell’area metropolitana di Boston si sono spostate decisamente verso Hillary Clinton.

Mentre il Massachusetts si è dimostrato disposto a votare per i candidati dei Repubblicani alla carica di Governatore, che dal 2015 è il Repubblicano Charlie Baker, a livello presidenziale parteggia sicuramente per i Democratici. Nessun dubbio dunque che il Massachusetts, con i suoi 11 Grandi Elettori, voterà per Joe Biden.

Il Massachusetts, che ha votato al Super Tuesday, il 3 marzo di quest’anno, nonostante i sondaggi (scarsi qui) dessero la sua Senatrice, Elizabeth Warren, in un “testa a testa” con il Senatore del vicino Vermont, Bernie Sanders, per il primo posto, alla fine a vincere è stato (a sorpresa) proprio Joe Biden.
ELEZIONI AL SENATO
Anche in Massachusetts ci sarà la contestuale elezione per il seggio al Senato. Il Senatore democratico in carica, Ed Markey (D), in corsa per il suo secondo mandato pieno, dovrà sfidare alle primarie del 1° settembre il “collega” e rappresentante alla Camera Joe Kennedy III per la nomination democratica (ovviamente, è membro della arcinota “Dinastia dei Kennedy” che qui ha preso “residenza”: è figlio infatti di Joseph P. Kennedy e nipote di Robert Kennedy, il fratello di JFK); la sfida, in “Casa Dem”, si annuncia un “testa a testa” all’ultimo voto!

Nel campo dei Repubblicani, Shiva Ayyadurai, scienziato, teorico della cospirazione, già candidato come “Indipendente” per il Senato degli Stati Uniti nel 2018 contro Elisabeth Warren (D) e Kevin O’Connor (R), avvocato e partner di Hinckley Allen, competono per la nomination repubblicana nelle primarie del 1° settembre.

Nonostante le loro primarie si preannuncino come “contese”, il seggio è considerato “sicuro” per i Democratici.

Il Governatore in carica del Massachusetts, il già citato Charlie Baker, ha declinato l’offerta di candidarsi al Senato. Tuttavia, potrebbe ripensarci per il 2024 – a meno che non decida di correre per un terzo mandato nel 2022 (in Massachusetts infatti non ci sono limiti di mandato per i Governatori) – quando il suo Stato tornerà ad eleggere il Senatore, questa volta sfidando Elisabeth “Pocahontas” Warren. Chissà!

Leggi anche: “Charlie Baker – Governatore del Massachusetts”

New Jersey

ELEZIONI PRESIDENZIALI
Il New Jersey (more info), sebbene abbia visto e continui a vedere alcune elezioni “competitive” per i seggi della Camera, non c’è da aspettarsi alcuna competizione alle Elezioni Presidenziali. Il New Jersey è infatti uno Stato leggermente ma immancabilmente “Blu”: i candidati dei Democratici possono facilmente ottenere la maggioranza dei voti, ma che ottengano più del 60% – come negli Stati vicini – è tuttavia raro. Il New Jersey è stato uno dei soli 6 Stati in cui il Presidente Barack Obama ha migliorato i suoi risultati nel 2012 rispetto a quelli del 2008 (anche se ciò può essergli attribuito per la gestione delle conseguenze dell’Uragano Sandy). Nel 2016, Hillary Clinton ha visto un calo del sostegno nella parte meridionale dello Stato, ma ha compensato guadagnando terreno nei sobborghi settentrionali, più benestanti.

Il New Jersey è uno dei pochi Stati che non elegge le cariche al di sotto di quella di Governatore e di Vice Governatore. E non possiamo quindi non citare il “figlio” nativo di questo Stato, l’ex Governatore Repubblicano Chris Christie (R)! Candidatosi alla carica di Governatore nel 2009 riuscì a sconfiggere di misura il governatore democratico uscente e a farsi riconfermare per un secondo mandato nel 2013, con oltre il 60% dei voti, riuscendo ad imporsi nettamente su tutte le fasce elettorali e territoriali di uno Stato tradizionalmente Democratico, anche per il fatto di essere un repubblicano di vedute “moderate” e di area “centrista”. Per questo, stupì tutti quando, nel 2016, dopo una non brillante performance alle primarie Repubblicane, decise di appoggiare (a sorpresa) Donald Trump, affrancando la credibilità dell’allora frontrunner anche tra i moderati del Partito e consentendogli di sorpassare definitivamente Marco Rubio (R), allora il pupillo dell’establishment del GOP. Capo del Transition Team, la squadra che ha traghettato Trump alla Casa Bianca, era stato indicato per assumere un ruolo di peso nell’Amministrazione (cosa che ha sempre rifiutato di fare). Terminato il mandato da Governatore, che scadeva nel 2018, ha dovuto scontare alcuni scandali giudiziari che hanno investito alcuni dei suoi collaboratori. Attualmente svolge attività di lobbista e si è recentemente speso, durante la Pandemia di COVID-19, per fa sì che le misure adottate durante la pandemia fossero revocate, perché giudicate deleterie per l’economia americana.

I Democratici controllano entrambe le assemblee del Parlamento statale, ma un certo numero di Repubblicani moderati continuano a tenere i distretti in cui Hillary Clinton ha vinto nel 2016. A seguito della procedura di Impeachment avviata dai Democratici contro il Presidente Donald Trump, il Rappresentante Jeff Van Drew, eletto nel 2° Distretto del New Jersey, è passato per protesta ai Repubblicani. Quest’anno è il candidato del GOP per le elezioni della Camera nel 2020, sempre nel “suo” 2° Distretto, storicamente favorevole ai Repubblicani e che proprio lui era riuscito a “strappargli” nelle ultime elezioni di midterm. I sondaggi lo danno come “favorito” per la rielezione e Donald Trump gli ha dato il suo appoggio ufficiale.

Sebbene i Repubblicani abbiano espresso per due mandati consecutivi il Governatore ed abbiano strappato anche un seggio alla Camera ai Democratici, l’ultima volta in cui il New Jersey è stato veramente “competitivo” risale al 2004. Con la sua vicinanza a New York City, l’impatto dell’11 Settembre era stato particolarmente intenso qui; elettoralmente, questo ha aiutato George W. Bush. Sebbene alla fine lo sfidante democratico John Kerry abbia vinto lo Stato con il 53% (contro il 46% di Bush Jr.) da allora i candidati Democratici hanno vinto qui doppiando gli avversari. E dovrebbe essere così anche quest’anno, quando i 14 Grandi Elettori del New Jersey andranno a Joe Biden.
ELEZIONI AL SENATO
Anche in New Jersey ci sarà la contestuale elezione per il seggio al Senato. Il Senatore democratico in carica, Cory Booker (D), è in corsa per la rielezione al suo secondo mandato. In precedenza, si era candidato alle primarie presidenziali del Partito Democratico di quest’anno ma, sebbene la legge elettorale del New Jersey gli consentisse di candidarsi contemporaneamente sia al Senato che a Presidente degli Stati Uniti, aveva sospeso la campagna già a gennaio, confermando la sua intenzione di essere rieletto al Senato. Lo sfidante Repubblicano sarà Rik Mehta (R), dirigente, avvocato farmaceutico e professore di diritto. Il seggio è considerato “sicuro” per i Democratici.

Stato di New York

ELEZIONI PRESIDENZIALI
Lo Stato di New York (more info) perderà un Grande Elettore alle prossime Elezioni Presidenziali, per effetto del Censimento del 20202, passando dai 29 che ha oggi a 28. Per quanto riguarda la situazione politica ed elettorale di questo Stato, la divisione tra la realtà urbana e quella rurale è stata sempre la “chiave” della sua storia. Benché i due principali Partiti siano stati spesso divisi, abbastanza chiaramente, per aree geografiche, lo Stato di New York è sempre rimasto abbastanza equilibrato e competitivo: dal 1960 al 1988, lo Stato ha cominciato a propendere leggermente verso i Democratici, ma si è colorato di “Rosso” nelle vittorie “a valanga” dei Repubblicani nel 1972, 1980 e 1984. Le ultime tre elezioni presidenziali nello Stato di New York sono state invece una “Blue Wave“. Nel 2008, Barack Obama ha vinto in questo Stato con un vantaggio del 27%. Ha ampliato quel vantaggio al 28% nel 2012, anche se a livello nazionale aveva perso il 3%. Il margine di vantaggio di Hillary Clinton nel 2016 è stato tuttavia inferiore a quello di Obama, poiché ha vinto con il 22% di vantaggio su Donald Trump (per entrambi i candidati era l'”Home State“, lo “Stato di provenienza”) .

Sia la Clinton che Trump, tuttavia, hanno ricevuto più voti assoluti a New York rispetto alle loro controparti nel 2012. Trump ha ottenuto oltre 300.000 voti in più di Mitt Romney, principalmente da Long Island, Staten Island e nelle Contee rurali del Nord. La Clinton ha ampliato i suoi numeri rispetto a quelli di Obama di circa 70.000 voti (230.000 voti in più a New York City e nei sobborghi di Long Island e nella Westchester County, ma perdendo circa 160.000 voti nel resto dello Stato). Trump ha vinto qui in 19 Contee in cui aveva vinto Obama nel 2012, 17 delle quali erano nella Upstate New York (la parte dello Stato non compresa nell’area metropolitana di New York). Le altre due – la Contea di Richmond e la Suffolk County – si trovano a Staten Island e nella metà orientale di Long Island. La tendenza nello Stato di New York rispecchia quella della Nazione: le aree urbane si spostano sempre di più verso i Democratici, mentre le aree rurali si spostano sempre di più verso i Repubblicani. Le aree suburbane, invece, sono i veri “Campi di Battaglia”. Il miglioramento del Presidente Donald Trump, rispetto ai suoi “colleghi” Repubblicani, è comunque relativo. Nonostante nel 2016 fosse il suo “Home State“, ha comunque perso qui con uno scarto del 22%, questo anche perché gli abitanti continuano a lasciare le regioni rurali in favore delle Grandi Città.

New York City, un tempo la Grande Città dei Repubblicani (come dimenticare i Grandi Sindaci Repubblicani Fiorello La Guardia e Rudy Giuliani, e l’ultimo Sindaco “nominalmente” Repubblicano, “Mini” Mike Bloomberg), continuerà probabilmente a diventare sempre più “Blu”. Questo Stato, un tempo, era un “Campo di Battaglia” molto combattuto alle elezioni presidenziali, ma questo status è ormai stato perso da tempo. Come nelle ultime otto elezioni a questa parte, lo Stato di New York, con i suoi 29 Grandi Elettori (per ora), è quasi certo che voterà per Joe Biden.
ELEZIONI AL SENATO
Nello Stato di New York non si elegge alcun Senatore quest’anno.

Oregon

ELEZIONI PRESIDENZIALI
In Oregon (more info), una terra di contrasti, i conflitti tradizionali che hanno plasmato lo Stato sono ancora vivi e vegeti. La regione del Pacifico nord-occidentale è nota per il suo ambientalismo, ma un tempo ospitava anche una vivace industria del legname. La città più popolosa dello stato, Portland, è molto liberal, ma non si deve andare poi molto lontano per vedere come il resto dell’elettorato assuma i tipici atteggiamenti della classe operaia. In effetti, i liberal che vivono nelle città e le comunità dei Blue Collar hanno interessi molto diversi, il che li mettono spesso l’uno contro l’altro.

La parte orientale dello Stato è in gran parte rurale ed ospita agricoltori ed allevatori profondamente conservatori. Con una vena libertaria, gli abitanti dell’Oregon orientale tendono ad essere antigovernativi e spesso hanno una grande frustrazione nei confronti del governo liberal dello Stato. Nonostante la sua affidabile inclinazione verso i candidati Democratici alle Elezioni Presidenziali, le sue così diverse comunità caratterizzano la politica locale.

L’unico distretto al Congresso tenuto dai Repubblicani qui è il 2 ° distretto, che comprende tutto l’Oregon orientale, rappresentato da Greg Walden (R) sin dal 1997. E’ una figura molto interessante perché è certamente più moderato rispetto a quanto lo sia l’elettorato nel suo distretto, ha generalmente goduto di un notevole fascino bipartisan e dopo aver vinto regolarmente con il 70% o più dei voti, il suo “peggior” risultato elettorale è stato il 56% preso nel 2018. Walden ha annunciato il suo ritiro nel 2019, il che aveva dato il via ad una competizione molto affollata di candidati in lizza per succedergli. Il vincitore è stato il membro del Senato statale Cliff Bentz (R). Data la tendenza repubblicana del distretto, Bentz è quasi certamente diretto al Congresso per il prossimo anno.

Sebbene l’Oregon non abbia eletto un governatore Repubblicano dal 1982 – dopo il vicino stato di Washington, questa è la serie di sconfitte più lunga del GOP – non è poi così “Blu”, come potrebbe invece sembrare, a livello statale. I Repubblicani non hanno avuto molto successo negli ultimi anni, ma sono riusciti a conquistare la carica di Segretario di Stato con Dennis Richardson (R) nel 2016. Parlamentare statale di lungo corso, era ben considerato dai suoi colleghi democratici, sebbene fosse un Repubblicano conservatore. Morto di cancro al cervello nel febbraio 2019, i Repubblicani cercheranno di mantenere il loro unico ufficio elettivo a livello statale.

Sebbene Bill Clinton abbia vinto qui due volte, non ha mai preso la maggioranza assoluta. La confidenza dello Stato nei confronti dei candidati di terzi partiti ha portato Ross Perot a ricevere il 24% dei voti nel 1992 e il 9% nel 1996. Il candidato del Partito dei Verdi, Ralph Nader, ha ricevuto qui il 5% dei voti nel 2000 – lo Stato è rimasto “Blu”, ma Nader ha bloccato l’ascesa di Al Gore al 47%. Nel 2008, Barack Obama ha vinto in Oregon con un divario di 16 punti, il miglior risultato per un Democratico negli ultimi anni. Hillary Clinton ha vinto con una risicata maggioranza nel 2016, ma Trump ha chiuso con il 39% dei voti, in calo rispetto al 42% di Mitt Romney di quattro anni prima. Questo perché il 2016 ha visto un sostanzioso voto ai partiti minori qui nel “Beaver State” (quasi l’11% dei voti complessivi). Con anche i principali istituti di sondaggi che prevedono delle elezioni in gran parte bipolari per questo autunno, la questione è aperta su come si distribuirà quel voto così ampio espresso per i candidati terzi.

Ad ogni modo, non ci sono dubbi che l’Oregon, così come i suoi 7 Grandi Elettori, voterà per Joe Biden. Sebbene la campagna elettorale del Presidente Donald Trump abbia fatto un po’ di rumore qui nell’Oregon, non ci sono prospettive che lo Stato possa essere competitivo quest’anno.
ELEZIONI AL SENATO
Anche in Oregon ci sarà la contestuale elezione per il seggio al Senato. Il Senatore democratico in carica, Jeff Merkley (D), è in corsa per la rielezione al suo terzo mandato consecutivo. La sfidante Repubblicana sarà Jo Rae Perkins (R), ex Presidente del Partito Repubblicano nella Contea di Linn, dove si trova Albany (non molto distante dal capoluogo Salem), che ha vinto le primarie con il 49%. Il seggio è considerato “sicuro” per i Democratici.

Rhode Island

ELEZIONI PRESIDENZIALI
Il Rhode Island (more info), sebbene sia uno Stato Democratico, è stato più competitivo nel 2016. Hillary Clinton ha infatti battuto Donald Trump con un margine del 16%. Questo, se significa ancora poco per le prossime Elezioni Presidenziali di Novembre, potrebbe, tuttavia, indicare un futuro in cui i Repubblicani potranno tornare a competere in modo credibile in questo Stato (esattamente come nel vicino Connecticut).

Il minuscolo Stato – è infatti il più piccolo di tutti per estensione – raggruppa però abbastanza abitanti, cosa che gli consente di esprimere 4 Grandi Elettori nel Collegio Elettorale (anziché il minimo, che è di 3 – ma potrebbe non mantenerli dopo il prossimo censimento). La maggior parte della popolazione vive nelle aree costiere ed urbane, che hanno favorito la Clinton, mentre quelle interne hanno votato per Trump. Lo Stato asseconda quindi l’andamento nazionale: le sue comunità sulla costa e nei centri urbani sono Democratiche mentre quelle interne Repubblicane. Il Rhode Island ha votato per i Democratici in tutte le Elezioni Presidenziali dal 1988, con margini di vantaggio doppi rispetto agli avversari. Nessun Repubblicano ha mai vinto una sola delle sue 5 Contee; nemmeno i notevoli successi elettorali del Presidente Donald Trump (che ha ottenuto il 38,9% dei voti, il miglior risultato qui per un candidato repubblicano dall’inizio del 2000) gli hanno consentito di vincerne una.

La popolazione dello Stato è composta per circa il 72% da bianchi, per il 16% da ispanici, per l’8% da neri e per il 4% da asiatici. Il gruppo demografico che si è spostato maggiormente verso il GOP negli ultimi anni è quello degli elettori bianchi, specialmente quello degli operai, che popolano le comunità più all’interno e che si stanno spostando sempre più a Destra. Nelle comunità etnicamente più diversificate, come nella città capoluogo Providence, ci si sta muovendo invece verso i Democratici.

Anche con questi cambiamenti interni, tuttavia, lo Stato nel suo complesso sembra sicuro per i Democratici. Come nelle ultime elezioni a questa parte, il Rode Island, con i suoi 4 Grandi Elettori, è quasi certo che voterà per Joe Biden.
ELEZIONI AL SENATO
Anche in Rhode Island ci sarà la contestuale elezione per il seggio al Senato. Il Senatore democratico in carica, Jack Reed (D), è in corsa per la rielezione al suo quinto mandato consecutivo. Lo sfidante Repubblicano sarà Allen Waters (R), un consulente per gli investimenti. Il seggio è considerato “sicuro” per i Democratici.

Vermont

ELEZIONI PRESIDENZIALI
Il Vermont (more info), ora fortemente Democratico, un tempo era un fertile Stato Repubblicano: ha infatti votato per il GOP per 27 elezioni consecutive (questa serie è la più lunga nella storia americana). Il Vermont ha rappresentato spesso un’anomalia nel sistema politico americano. Infatti, è il primo Stato ad aver legalizzare il matrimonio fra le persone dello stesso sesso e l’uso ricreativo della marijuana, oltre ad avere una delle più rigide normative ambientali.

Nel 1992, il nuovo corso liberal del Partito Democratico ha “mandato in pensione” la “vecchia guardia” repubblicana in questo Stato. Dalla vittoria di Bill Clinton quell’anno, i Democratici hanno vinto qui in tutte le elezioni presidenziali. Nel 2016, Hillary Clinton ha ovviamente battuto Donald Trump qui nel Vermont, ma con un margine del 26%, dunque meno imponente di quelli raccolti da Barack Obama. La tendenza che si è manifestata nel Vermont è la stessa che si registra a livello nazionale, con Trump in miglioramento nelle zone rurali e la Clinton nelle città. Trump è andato molto meglio rispetto ai precedenti candidati repubblicani nelle tre contee all’angolo di nord-est dello Stato, vincendo la Contea di Essex (Trump è il primo repubblicano a vincere in una contea nel Vermont dal 2004), nonostante abbia ricevuto una percentuale di voti leggermente inferiore a quella di Mitt Romney nel 2012. I margini più ristretti dei Democratici sono dovuti principalmente al poco sostegno che ha raccolto Hillary Clinton tra i sostenitori del Senatore del Vermont, Bernie Sanders, democratico-socialista (si candida qui come “Indipendente”) che l’aveva schiacciata nelle primarie del 2016, con un 86% a 14%.

Sebbene Gallup Polling abbia recentemente etichettato il Vermont come il terzo Stato più liberal e meno religioso della nazione, questa “etichettatura” non si addice se consideriamo i recenti successi che i Repubblicani hanno ottenuto qui. Lo Stato ha avuto un Governatore Repubblicano dal 2003 al 2009, proprio negli stessi anni in cui i Democratici hanno vinto qui facilmente le elezioni presidenziali, e l’attuale governatore – sempre repubblicano – Phil Scott, è stato eletto nel 2016 e riconfermato nel 2018 con un margine del 15% (in Vermont il Governatore si elegge ogni 2 anni e non 4 come vuole la regola generale). Ma i successi del GOP sono in gran parte dovuti al “tipo” di repubblicani che qui si presentano alle elezioni: i Repubblicani del Vermont sono notoriamente molto “moderati” (quindi, Democratici). Sebbene Scott si definisca un “conservatore fiscale” egli è anche un “moderato sociale”, pro-choice in tema di aborto, sostenitore del matrimonio omosessuale ed ha appoggiato l’Impeachment contro il Presidente Donald Trump.

Il panorama politico idiosincratico del Vermont è anche in parte responsabile del successo dei Repubblicani in uno stato profondamente “Blu”. Lo Stato infatti non obbliga il candidato a manifestare l’affiliazione partitica a e tiene le primarie “aperte”, il che può indebolire la lealtà degli elettori ed i legami con il partito. Lo Stato è anche di piccole dimensioni e scarsamente popolato, perciò è più semplice per i candidati politici interagire personalmente con gli elettori. Dunque, mentre il resto del paese diventa sempre più polarizzato, il Vermont potrebbe continuare la sua “particolare” deriva verso Destra, già divenuta evidente nel 2016. Uno Stato a stragrande maggioranza abitato da bianchi, anziani e per lo più residenti nelle campagne, potrebbe diventare un obiettivo a lungo termine allettante per i Repubblicani.

Ma anche con questa tendenza, tuttavia, il Vermont è sicuro per i Democratici per questo novembre. Pertanto, possiamo dire senza margine di dubbio che il Vermont, così come i suoi 3 Grandi Elettori, voterà per Joe Biden.
ELEZIONI AL SENATO
In Vermont non si elegge alcun Senatore quest’anno.

Stato di Washington

ELEZIONI PRESIDENZIALI
Lo Stato di Washington (more info), situato sulla costa del Pacifico nord-occidentale, era un tempo rinomato per essere una sorta di “bastian contrario” alle elezioni presidenziali: in quattro delle corse presidenziali più importanti del XXI secolo si è infatti schierato con il candidato perdente: con Nixon nel 1960, con Humphrey nel 1968, con Ford nel 1976 e con Dukakis nel 1988. Ma se lo Stato di Washington mancherà di nuovo il bersaglio in queste elezioni, sarà perlopiù dovuto alla sua consolidata lealtà allo schieramento dei Democratici. Infatti, questo Stato ha sostenuto tutti i candidati del partito dell’asinello nelle ultime otto elezioni, ed è difficile dire se questo andamento cambierà presto.

Sebbene la fede di questo stato si ormai “Blu”, le rispettive ascese di Donald Trump e di Bernie Sanders nel 2016 ne hanno stravolto la natura della politica. Nella parte sud-occidentale dello Stato, preclusa ai candidati repubblicani, Donald Trump ha invece conquistato quattro contee che prima votavano democratico alle ultime elezioni presidenziali. Allo stesso tempo, un rappresentante democratico-progressista di lungo corso di Seattle, e che aveva sostenuto la Clinton alle primarie, si è ritirato quello stesso anno, rimpiazzato poi da un accolita di Bernie Sanders. Lo stesso Consiglio comunale di Seattle si è spostato sempre più verso Sinistra negli ultimi anni, ispirato dal movimento politico di Crazy Bernie. Donald Trump ha raccolto consensi anche tra gli elettori culturalmente più conservatori nell’area costiera, molti dei quali lavoravano nell’industria del legname, un tempo dominante: questo perché il declino di questo tipo di industria combinato con l’abbraccio alle politiche ambientaliste da parte del Partito Democratico, ha spinto questi elettori verso il Partito Repubblicano. Un esempio: la Contea di Grays Harbor ha votato per il candidato repubblicano, cosa che non accadeva dai tempi di Herbert Hoover (cioè prima del New Deal di F.D. Roosevelt) ed ha “voltato le spalle” ai Democratici anche alle ultime elezioni di midterm del 2018, sebbene essi abbiano riconfermato con facilità il loro seggio al Senato.

Anche a livello statale, Washington è uno Stato “Blu”, ma non in maniera così schiacciante. I Democratici, infatti, detengono una risicata maggioranza in entrambe le camere del Parlamento statale, ma controllano ovviamente tutti gli uffici elettivi, tranne due. I due Repubblicani eletti sono infatti il Segretario di Stato, Kim Wyman (R), e il Tesoriere, Duane Davidson (R), entrambi alla rielezione quest’anno. La Wyman, in corsa per un terzo mandato, è considerata una burocrate di grande competenza ed ha la storia dalla sua parte: l’ufficio del Segretario di Stato è infatti nelle mani dei Repubblicani sin dal 1964. Davidson è stato eletto nel 2016 con il 58%, in uno scenario più unico che raro in questo Stato, dato che il suo principale sfidante era… un’altro Repubblicano (il candidato dei Democratici è arrivato terzo).

Sebbene Trump nel 2016 abbia vinto un certo numero di Contee dove è ancora forte la presenza operaia, ha preso complessivamente meno voti di Mitt Romney nel 2012 (38,1% contro 41,3%), principalmente a causa del deludente risultato nelle periferie di Seattle, mentre la Hillary Clinton ha ottenuto l’1% in più di voti rispetto a Barack Obama nel 2012. Sebbene alcune Contee che prima avevano votato per Obama e poi sono passate a Trump non torneranno più indietro ai Democratici, questi ultimi sono assolutamente al sicuro dietro al loro ampio margine vantaggio elettorale in questo Stato. Nessun dubbio quindi che lo Stato di Washington, con i suoi 12 Grandi Elettori, voterà per Joe Biden.
ELEZIONI AL SENATO
Nello Stato di Washington non si elegge alcun Senatore quest’anno.

Distretto di Columbia (D.C.)

ELEZIONI PRESIDENZIALI
Il Distretto di Columbia (more info), dove è situata la Capitale degli Stati Uniti Washington e dove hanno sede le istituzioni e la burocrazia federale, è il contesto meno competitivo della Nazione. I residenti del Distretto hanno iniziato a votare per la presidenza solo dal 1964 e nessun candidato Repubblicano ha mai vinto qui. Nel 2016, Hillary Clinton ha vinto con il 91%, contro il 4% di Donald Trump (capite poi perché si parla della “swamp“, la “palude“? n.d.r).

Ma non sono solo i voti espressi dai dipendenti pubblici federali a spiegare il perché la Capitale non voti mai per i candidati del fronte avversario. Il Distretto è anche popolato per circa il 48% da afroamericani, un “blocco di voto” democratico molto affidabile, mentre i bianchi senza una istruzione universitaria, dove il Partito Repubblicano solitamente raccoglie più consensi, costituiscono meno del 2% della popolazione. Il Distretto, nel suo insieme, è densamente urbanizzato e continua a crescere rapidamente. E queste tendenze demografiche, oltre a chiarirci perché sia la “roccaforte” più solida dei Democratici, non rimangono chiuse entro i suoi confini. I sobborghi della Capitale, in espansione, hanno aiutato i Democratici a consolidare il loro vantaggio nel vicino Maryland e anche a ribaltare il 10° distretto congressuale della Virginia nel 2018, oltre a spiegare, in parte, perché la confinante Virginia stia diventando uno Stato sempre più “Blu” alle elezioni presidenziali.

Il prossimo novembre, dunque, i 3 Grandi Elettori della Capitale, verranno certamente assegnati all’ex Vice Presidente e candidato del Partito Democratico Joe Biden. È quasi impossibile immaginare un modo – almeno, in un prossimo futuro – in cui un Repubblicano possa vincere nella Capitale della sua Nazione.
Il Distretto di Columbia non ha rappresentanza al Senato perché non è uno Stato.

Note:

  • Le informazioni riguardanti ogni singolo Stato qui trattato vengono dalle rispettive pagine di 270ToWin, cui rimandiamo (è sufficiente cliccare su “more info”) per un ulteriore approfondimento personale.
  • Le informazioni riguardanti le elezioni dei Senatori sono state prese dalle rispettive pagine Wikipedia (americana).

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2° Distretto del Nebraska

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