Aspettative e prospettive della nuova generazione politica della Famiglia Bush

George P. Bush, figlio di Jeb Bush

E’ ancora troppo presto per dire se George P. Bush sia l’ultima debole fiamma di un clan politico americano o la speranza più luminosa per una nuova, intraprendente generazione politica della famiglia. Ma è certo che quest’uomo stia provando a cambiare l’immagine, ormai messa in naftalina, della Famiglia Bush.

Dinastia“… una parola che la Famiglia Bush non ha mai amato venisse affiancata al loro nome. I Kennedy sono una “dinastia”, perché – è sempre stata opinione dei Bush – fin dai tempi del patriarca Joe sognavano di costruire un movimento politico “Kennediano” in America. La stessa cosa per i Clinton; si dice che Bill sognasse di diventare Presidente fin da quando era adolescente. Ma non i Bush.

Per questa famiglia la politica è stata una diretta conseguenza della consapevolezza che appartiene alle grandi famiglie americane della Storia, ossia servire – dapprima in guerra, poi nel sociale e infine in politica – dando indietro alla comunità che si ama parte del proprio tempo, benessere e successo.

Ma seppur i Bush non abbiano mai programmato con estremo rigore la loro “dinastia” politica in America, è ugualmente certo che a partire da nonno, Prescott, fino alle più giovani generazioni di oggi, ai membri di questa famiglia è stato insegnato fin dall’infanzia un certo spirito imprenditoriale. E’ una famiglia che, fra un barbecue in giardino e le parata del 4 di luglio a Kennebunkport assieme alla comunità locale, ha sempre ragionato e vissuto in termini di attivi e passivi. Conoscono se stessi, si fidano delle proprie capacità e hanno avuto il talento per mostrarle con successo all’America. Ed è dunque questo che fa dei Bush, se non una dinastia, certamente una famiglia politicamente molto intelligente.

Essere un Bush di questi tempi è tutt’altro che facile. Dopo la debacle di Jeb contro Donald Trump nelle elezioni presidenziali del 2016, sembrava che questa famiglia fosse ormai destinata ai ricordi del passato. Tuttavia, in particolare alcuni membri della nuova generazione, stanno lottando con fatica per ritagliarsi un posto di rilievo nel futuro politico americano e, allo stesso tempo, regalare una “terza primavera” al nome della loro famiglia.

Quello più discusso è certamente George P. Bush, figlio maggiore di Jeb, nato in Florida ma cresciuto in Texas. Membro di spicco del clan Bush ma anche molto orgoglioso della multiculturalità della sue origini (sua mamma Columba è originaria del Messico).

George P. è il Bush 2.0. Possiede la retorica moderata di suo padre, o ancora meglio, di suo nonno, di cui porta anche il nome, ma il suo carattere e la sua socialità sono molto più simili a quelli di suo zio W. Sono entrambe persone alla mano e che non si prendono troppo sul serio.

George P. è cresciuto assimilando il meglio della sua famiglia, usandolo poi per fortificare il suo carattere. E’ un politico conservatore ma capace di esprimere le proprie idee in tono moderno e innovativo. Piace ai Repubblicani – ma non a tutti, come vedremo fra poco – ma incuriosisce anche i Democratici, e attira l’interesse dei latini, ben presenti nel Lone Star State. E’ sostenitore del Secondo Emendamento, che spesso promuove con dei tweet, definendo l’utilizzo delle armi come la “Texas way.” E’ interessato alle politiche sociali nei confronti dei veterani e la popolazione più debole e si è sempre dichiarato orgoglioso di essere un texano.

Una definizione non semplice – essere texano – come imparò negli anni ’50 George H.W. Bush, che inizialmente venne da molti considerato come un “approfittatore uscito da Yale”, ed imparò solamente con il tempo ad adattarsi alla vita e alla gente del luogo.

George P. Bush assieme allo zio George W. e al nonno George H.W.

Recentemente, in occasione dei tumulti successivi alla morte di George Floyd, George P. Bush ha scritto:

Abbiamo ancora del lavoro da fare in questa nazione per creare un’Unione ancora migliore.

Condannando il poliziotto, si è allo stesso opposto con fermezza agli scontri. Spesso, sentendolo parlare, sembra di sentire anche le parole di un giovane George W. quando nel 2000 promuoveva il concetto di “conservatorismo compassionevole”.

Alcuni però vedono in ciò un aspetto negativo, ritenendo George P. debole, una replica di suo padre. The Atlantic, per questo motivo, ha scritto: “George Prescott Bush vuole che tu sappia che lui non è low energy.” (Trump durante la campagna del 2016 accusò Jeb di essere appunto low energy, di avere poca energia).

Un altro aspetto fondamentale per capire il carattere dei Bush è l’indipendenza – di pensiero soprattutto. Non è perché sei un Bush – è stato insegnato loro fin da Prescott e il vecchio George – che devi pensarla esattamente come tuo padre o tuo nonno. Definisci te stesso. E così, nel 2016, George P. Bush divenne il primo e unico Bush a sostenere pubblicamente Trump una volta che divenne il candidato del partito.

Non ha negato di essere stato preoccupato, e di esserlo tutt’ora, dell’immagine che il carattere di Trump può avere sui suoi figli, sapendo che il padre lo sostiene. Ma nonostante questo non ha fatto mancare il suo appoggio al candidato presidente, perché anche chi talvolta dice cose o si esprime in modo eccessivo come spesso Trump è abituato a fare, può avere ottime idee per una grande nazione.

Questo non è piaciuto a diverse persone in Texas, anche repubblicane. Il Guardian nel 2018 si chiese se George P. sarebbe stato rieletto per la seconda volta a Land Commisioner nello Stato. In molti apparivano disillusi sulla sua politica e lo vedevano alla fine della sua breve carriera nel servizio pubblico, e invece vinse, e fu l’unico candidato già in carica, in quelle elezioni statali, assieme al Governatore Greg Abbott, a vincere in doppia cifra.

In molti adesso si chiedono cosa lo attenderà nel 2022, al termine del suo secondo mandato. C’è chi lo vede come Governatore, altri come Procuratore Generale.

La Casa Bianca? Guai a parlarne ora. Un terzo Bush al 1600 di Pennsylvania Avenue scatenerebbe nuovamente l’uso compulsivo della parola “dinastia”.

E’ ancora troppo presto per dire se George P. Bush sia l’ultima debole fiamma di un clan politico (guai a usare la parola “dinastia”) americano, o la speranza più luminosa per una nuova, intraprendente generazione politica della famiglia. Ma è certo che quest’uomo dai capelli neri, lineamenti esotici, sguardo amichevole e sorriso genuino stia cambiando – o provando a cambiare l’immagine, ormai messa in naftalina, della sua famiglia.

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