Speculazione: Cosa accadrebbe se i Repubblicani un giorno perdessero il Texas?

Sarebbe un disastro, molti dicono. Perdere i 38 Grandi Elettori del Texas renderebbe praticamente impossibile a qualunque candidato GOP la corsa alla Casa Bianca, altri aggiungono. Eppure se in un più o meno prossimo futuro il Texas dovesse “voltare le spalle” ai Repubblicani non sarebbe finita! Ci sono margini per recuperare… vediamo dove.

E’ lo spauracchio agitato da più parti tra la pletora degli opinionisti televisivi e i sondaggisti, il feticcio sventolato ormai ad ogni elezione presidenziale e non, il sogno erotico dei fans più radicali dei Democratici, in America come in Italia. La sconfitta (un giorno) in Texas dei Repubblicani.

Dato ormai per prossimo, certo ed irreversibile, il passaggio del Texas dal novero degli Stati Repubblicani a quelli che votano per i Democratici sarebbe un durissimo colpo per il Grand Old Party. 38 Grandi Elettori (questi quelli assegnati nelle elezioni del 2020 allo Stato più iconico del Conservatorismo americano) sarebbero una perditamortale” – praticamente impossibile da recuperare – per qualunque candidato repubblicano in corsa verso la Casa Bianca.

Eppure, chi vaticina questo “sogno” non tiene conto di tutti i fattori possibili.

Guardiamo intanto alla situazione attuale ed agli “argomenti” di chi sostiene questa bizzarra quanto terribile (per i Repubblicani) ipotesi. Intanto va detto fin da subito che nelle prossime elezioni presidenziali del 2020 non ci sarà alcun pericolo che questa “profezia” si avveri. Avremo ancora il nostro amato TexasRosso fuoco” nel 2020.

La media dei sondaggi di 270ToWin per le elezioni presidenziali del 2020 al 4 maggio. Si vede come il Texas venga ancora dato in mano ai Repubblicani in questa tornata da tutti i sondaggisti.

Ma proviamo a ragionare in futuro più o meno prossimo: potrebbe accadere seriamente che il Texas decida di “volgere le spalle” ai Repubblicani e passare dall’altro lato della barricata? Poniamo il caso di .

Ci sono molti fattori, alcuni anche convincenti a dire il vero, a sostegno di questo scenario. Li passiamo brevemente in rassegna.

Perché il Texas è passato ai Repubblicani e rischia ti ritornare ai Democratici?

Rick Perry e George W. Bush

Il Texas è il secondo stato più grande d’America dopo l’Alaska e il secondo più popoloso dopo la California, e viene percepito dai più come radicalmente di “destra“… ma non è stato sempre così! Sebbene l’ultimo Democratico ad aver vinto qui fu Jimmy Carter nel 1976 (un candidato presidenziale espressione del “Sud”) può vantare una lunga serie di Governatori Democratici ininterrottamente eletti dal lontano 1872 fino al 1975! In quell’anno vinse le elezioni del Governatore il Repubblicano Bill Clements. Dal 1975 fino al 1994 ci fu un periodo di “alternanza” tra governatori Democratici e Repubblicani. Poi, con la vittoria di George W. Bush, nel 1994, il Texas elegge da allora ininterrottamente un Governatore Repubblicano (Rick Perry e Greg Abbott, entrambi riconfermati per più di un mandato).

Questa lunga presenza di esponenti Democratici nei ruoli apicali dello Stato e di candidati del partito vittoriosi alle Presidenziali deriva dal fatto che il Partito Democratico è stato per lungo tempo il Partito dominante nel “Sud“, i cui esponenti erano veri e propri conservatori e rappresentavano gli interessi degli agricoltori e degli allevatori. Per molto tempo infatti, il Partito dei Conservatori del “Sud” è stato proprio il Partito Democratico. Poi, con al progressiva “svolta liberal” a livello nazionale, il Democratic Party ha perso sempre più terreno nel Sud e, contemporaneamente, i Repubblicani sono diventati il partito di riferimento dei “Conservatori” anche qui. Ma è stato un processo “lungo”, niente è accaduto “di punto in bianco” come spesso di vuol far credere.

Molti vedono questa “inversione” infatti come una diretta conseguenza di quando il Presidente Democratico Lyndon Johnson, texano, firmò la “legge sui diritti civili“: si disse “consapevole” che con quell’atto il Partito Democratico avrebbe perso il Sud per una generazione. Gli stessi però si dimenticano di dire che era il 1964! Va bene che le cose nel Sud degli Stati Uniti cambiano “lentamente”, ma come si spiega che i Democratici hanno continuato a vincere nel Sud fin quasi alle porte del Secondo Millennio? No! la tesi dei “diritti civili” o del “Sud razzista” non ha alcun senso e la realtà è che i Democratici qui hanno rinunciato a rappresentare i valori del Conservatorismo americano (meno Stato, meno Tasse, Libertà e Autonomia dal governo centrale)… valori che invece i Repubblicani incarnano bene.

Adesso, però, le cose, almeno in Texas, stanno cambiando. E a detta di molti anche “in fretta“. 

Il Texas “californizzato” che spaventa i Repubblicani

Il Presidente Donald Trump parla della risposta al COVID-19 del Texas con il Governatore Greg Abbott nello Studio Ovale. Credit: Sipa USA tramite Reuters Connect/POOL

Le cose stanno cambiando perché il Texas si sta progressivamente de-ruralizzando e urbanizzando. E noi sappiamo che nelle aree urbanizzate sono i Democratici ad essere avvantaggiati. Le previsioni dicono che la popolazione urbana nei prossimi 40 anni raddoppierà, principalmente a causa della migrazione interna. Nuovi impieghi nell’high tech, costo della vita più basso e una qualità di vita più elevata, fanno del Texas una “terra appetibile” per molti giovani e professionisti che si trasferiscono nelle aree urbane, trasformandole.

Ad esempio, tra il 2010 e il 2014 nella sola Austin sono arrivati più di 20 mila nuovi abitanti, per lo più provenienti dal resto d’America, tanto che il governatore repubblicano Greg Abbott ha avvertito che il Texas corre il rischio di essere “californizzato“. La maggior parte di questi nuovi arrivati votano per i Democratici e non ne fanno mistero.

L’accusa è che i Repubblicani non abbiano davvero capito cosa stia succedendo in Texas e che ci sia un “nuovo” tipo di elettorato, in aumento. Da canto suo, il Partito Democratico texano, invece, ha in programma proprio di capitalizzare questo elettorato.

Ed arriviamo alle elezioni del Senato americano del 2018, le ultime Mid Term. Alcune contee che erano un tempo l’epicentro dell’opposizione del Tea Party alle politiche di Obama, nel 2018 sono state vinte dal democratico “semi sconosciuto” Beto O’Rourke contro il famosissimo senatore e “padre del Tea Party” Ted Cruz, che alla fine riuscì a farsi riconfermare, anche se con un margine insolitamente ristretto.

Da ultimo, è rimasta solo un’ultima grande contea urbana in Texas ad essere repubblicana, la Tarrant County, il cui capoluogo è Fort Worth: tutte le altre sono già passate ai Democratici.

Tutti questi indizi portano a dire che il Texas (in un prossimo futuro) potrebbe effettivamente abbandonare i Repubblicani e passare nelle file degli Stati Democratici.

Ted Cruz abbraccia sua moglie Heidi dopo aver dichiarato la vittoria al suo quartier generale nella notte delle elezioni all’Hilton Post Oak di Houston, in Texas, il 6 novembre 2018

Tuttavia a questi indizi dobbiamo appuntare qualcosina: innanzitutto, il cambiamento delle aree urbane non è qualcosa che il GOP texano sta prendendo “alla leggera”. E’ vero che la forte immigrazione interna potrebbe cambiare le sorti elettorali in questo Stato; è vero che Beto O’Rourke mise in difficoltà il senatore Ted Cruz. Ma chi sostiene che il Texas possa manifestare il “passaggio” già alle prossime elezioni presidenziali pecca di “presunzione“.

Il cambiamento demografico non si manifesterà in maniera così tangibile se non tra 40 anni; il “serbatoio” delle campagne texane, che votano GOP, è ancora al di là dall’essere svuotato; lo stesso Beto O’Rourke durante le primarie dei Democratici si è spostato sempre più a “Sinistra” arrivando anche a sostenere le politiche contro l’acquisto delle armi nel tentativo di ingraziarsi l’elettorato più liberal; spostamento che non l’ha premiato nei consensi ed infatti ha dovuto ritirarsi. Ecco che un candidato democratico troppo “liberal” e troppo “de Sinistra” non avrebbe alcuna speranza in Texas, almeno per un bel po’ di tempo… Domanda, ma un candidato Democratico che abbia le credenziali giuste per “piacere” ai Texani, potrebbe piacere poi anche ai Democratici degli Stati della West e dell’East Coast, che sarebbe il grosso del suo bacino elettorale? Domanda su cui riflettere.

Anche nel 2020 il Texas dovrà confermare il suo senior senator, il Senatore “anziano”, che è il Repubblicano John Cornyn. Copre il seggio dal lontano 2003 e non ci sono speranze (ed anche i sondaggisti lo dicono) che l’eventuale sfidante Democratico possa batterlo, ma questo nessuno lo dice, perché bisogna continuare a raccontare la “favola” che Beto O’Rourke abbia portato in “dote” il Texas ai Democratici. Appunto, una “favola”, e nemmeno a lieto fine, dato che Beto nel 2018 perse e che, spostandosi a Sinistra, si è giocato ogni futura possibilità di farsi eleggere al Senato per il suo Stato.

La particolare “appetibilità” del Texas per chi vuole fare impresa è dovuta alla cultura politica di fondo che qui hanno i Repubblicani: pro-mercato e pro-impresa, contraria alla tassazione asfissiante, aliena all’iper-burocratizzazione dell’apparato statale e restia a concedere sussidi ed aiuti. Chi si sposta in Texas, magari provenendo dall’asfissiante ambiente anti-imprenditoriale della California, si renderà conto che è venuto in Texas perché qui si segue una politica opposta rispetto al più iconico degli Stati Democratici? Noi speriamo di Sì.

Un eventuale futuro Governatore Democratico del Texas quanto potrà allontanasi dalle politiche fiscali che il GOP ha adottato qui? Quanto Welfare State potrà concedere senza soffocare le imprese? Quanto potrà favorire le Big Tech a scapito delle piccole e medie imprese? Insomma, in quanto tempo i nuovi e “motivati” elettori pro-Dem arrivati in Texas si accorgeranno che qui ci sono venuti proprio perché non si governa come nei loro Stati di provenienza?

Il capitolo elezioni Presidenziali… Come recuperare i voti del Texas?

Convenzione democratica del Texas ad Alamodome il 17 giugno 2016.
Credit: Marjorie Kamys Cotera per The Texas Tribune

Ma poniamo che effettivamente tutto quanto auspicato dai sostenitori della tesi del “Texas Democratico si avveri e che ci si ritrovi in un prossimo futuro con una seria ipotesi di vittoria dei Democratici in queste contee… sarebbe la parola “Fine” sui Repubblicani? La perdita di un bastione senza il quale per loro la sconfitta è sicura e anche permanente? Non proprio…

Per quanto la tesi del “Texas Democratico” sia affascinante, i propugnatori dimenticano di inserire lo spostamento del Texas in un più generale e “nuovosmottamento della geografia politica americana. Questo è già accaduto in Passato… in fin dei conti, ai Repubblicani che conquistavano il Sud è corrisposto un analogo arretramento degli stessi su al Nord. Perché non dovrebbe accadere qualcosa di simile?

Proprio la vittoria di Donald Trump del 2016 ha evidenziato che la politica americana si stia nuovamente (e lentamente) spostando: ad un Sud-Ovest (in cui includiamo il Texas e l’Arizona) che passa pian piano ai Democratici corrisponde un arretramento degli stessi negli Stati del Mid-West.

Lo sfondamento di Trump nella “Rust Belt“, gli Stati dove ci sono i “blue collar” l’area manifatturiera degli Stati Uniti, si è imposto davanti agli occhi di tutti e con tutta evidenza ma ha ricevuto poche attenzioni da parte dei commentatori di area democratica, ancora convinti che quelli Stati (ci riferiamo al Michigan, alla Pennsylvania, al Wisconsin, all’Ohio e all’Indiana) siano sostanzialmente “loro” e che la vittoria di Trump sia stata solo “un caso”, tanto “assurdo” quanto “irripetibile”. Non è così. E’ del tutto possibile che ci stiamo trovando di fronte ad una “nuova inversione” – stavolta lungo l’asse Sud-Ovest e Nord-Est. Ma ci vorrà del tempo per vedere se questo andamento si consoliderà o meno. E non si capisce perché i “mutamenti demografici” debbano “premiare” solo i Democratici! Ma qualcuno si è reso conto che hanno perso rovinosamente nel Mid-West neanche quattro anni fa?

Resta da capire se questa “nuova inversione” basti a compensare la perdita del Texas. Facciamo quindi due conti.

Nello scenario attuale, una “svolta” del Texas verso i Democratici sancirebbe di fatto la sconfitta di un candidato Repubblicano

Ci sono Quattro Stati “grossi”: il Texas, la California, la Florida e New York. Due di questi sono “bastioni” Democratici, il Texas è quello dei Repubblicani, la Florida è quella “contenibile” tra i due schieramenti. Chi non riesce a vincere almeno due di questi non ha possibilità (o le ha molto molto molto scarse) di entrare nello Studio Ovale. Obama ne vinse tre su quattro, Trump ne ha vinti due. Perderli tutti e quattro non lascia ovviamente alcuna speranza di poter recuperare.

Ipotizziamo che il Texas, in una futura elezione presidenziale, vada (nostro malgrado) ai Democratici assieme ai suoi 38 Grandi Elettori. Supponiamo anche che la “mappa” dei Grandi Elettori resti più o meno simile a quella cha abbiamo oggi o comunque entro lievi differenze numeriche. In una situazione come quella di oggi, con i “soliti noti” Stati “indecisi” non assegnati, il Texas aggiunto agli Stati “Blu” sarebbe già da solo sufficiente a far vincere le elezioni ai Democratici. Capitolo chiuso? No!

Se sommiamo i Grandi Elettori di Wisconsin, Michigan, Pennsylvania, Ohio e Iowa, gli Stati vinti da Trump nel 2016 – e che probabilmente lo riconfermeranno anche in queste elezioni del 2020 – otteniamo 70 Grandi Elettori (senza contare gli 11 Grandi Elettori dell’Indiana, lo Stato più solidamente Repubblicano della “Rust Belt”). Ecco che qui lo scenario comincia già a cambiare e dove la “perdita” del Texas potrebbe essere ragionevolmente recuperata dai Repubblicani, che però, non dovrebbero perdere a questo punto la Florida, il Nord Carolina e l’Arizona, per nessun motivo, se volessero rivedere la Casa Bianca.

Gli Stati della “Rust Belt” vinti da Trump nel 2016 in “Giallo” potrebbero compensare la “perdita” del Texas, a patto che i Repubblicani vincano in Florida, North Carolina e Arizona

Tuttavia non basterebbe, i Democratici sarebbero ancora a 270 Grandi Elettori, il “Magic Number” che gli consente di eleggere il Presidente degli Stati Uniti. Serve ancora qualcos’altro.

E qui entrano in scena due Stati che già da queste elezioni presidenziali potrebbero dimostrasi più interessanti del solito: il Minnesota e il New Hampshire. Storicamente “fedeli” ai Democratici, la distanza negli ultimi anni è andata sempre più assottigliandosi – ma questo non viene riportato con la stessa enfasi come per il Texas.

I Repubblicani non sono affatto “spariti” in questi Stati: in New Hampshire hanno eletto il Governatore – lo eleggono abbastanza spesso in realtà; è un piccolo Stato dove non si sono grosse conurbazioni e con una grande tradizione di libertà e di lotta allo Stato “invadente”. Nel “democraticissimo” Minnesota ci si dimentica di dire che ha avuto diversi governatori Repubblicani, l’ultimo Tim Pawlenty dal 2003 al 2015, e dove i Repubblicani controllano il Senato dello Stato. In Minnesota la “campagna” è grande e gioca ancora un ruolo fondamentale nella vittoria del GOP: il candidato che può raccogliere un consenso maggioritario nelle campagne e nelle piccole città, qui vince! Anche se a Minneapolis si rimane Democratici. Una futura “svolta” del Minnesota e del New Hampshire non è così improbabile: già Trump nel 2016 quasi eguagliò i voti di Hillary Clinton in entrambi gli Stati.

Quindi, se i Repubblicani vincessero anche qui, con i loro 14 Grandi Elettori complessivi portati in dote, i Democratici avrebbero perso queste “ipotetiche” elezioni, nonostante la conquista del Texas.

A questa lista si potrebbe aggiungere anche il Maine (altri 4 Grandi Elettori) dove Trump ha vinto nel 2° distretto. Anche qui non è improbabile una futura vittoria dei Repubblicani, presentando questo Stato una configurazione simile al suo vicino New Hampshire e potendo vantare diversi governatori repubblicani (l’ultimo Paul LePage, dal 2011 al 2019) e l’elezione di un Senatore (Susan Collins).

Minnesota e New Hampshire (con anche un possibile Maine repubblicano) in “Giallo” porterebbero i Repubblicani a vincere anche senza il Texas, sempre che questi mantengano Florida, North Carolina e Arizona

E se anche l’Arizona dovesse passare ai Democratici assieme al Texas?

Se anche l’Arizona, che conta ad oggi 11 Grandi Elettori, dovesse passare assieme al Texas ai Democratici, il discorso si complicherebbe, ma comunque, se i Repubblicani vincessero in Wisconsin, Michigan, Pennsylvania, Ohio, Minnesota e New Hampshire ci sarebbe ancora uno spiraglio per un candidato Repubblicano, poiché si raggiunge lo stesso il “Magic Number” di 270. Questo sempre se i numeri nella ripartizione dei Grandi Elettori dovessero mantenersi come oggi o con una lieve differenza. Altrimenti, in soccorso, si dovrebbe cominciare a pensare ad una più profonda penetrazione nel New England (puntando sopratutto sul Maine) in Colorado e in Nevada, financo a prendere in considerazione l’idea di “riconquistare” la Virginia ai Democratici.

Questo sempre a patto che i Repubblicani mantengano anche la Florida e il North Carolina, Stati senza i quali ogni speranza di vittoria sarebbe vana.

Lo scenario nel caso in cui anche l’Arizona dovesse passare assieme al Texas ai Democratici: i Repubblicani potrebbero vincere comunque conquistando gli stati “Rosa” (e sempre tenendo la Florida e il North Carolina) anche senza prendere tutto il Maine o il 2° distretto del Nebraska

Conclusioni

Certo, tutto dipenderà da vari fattori: oltre al dato demografico (quanti Grandi Elettori per tanti Stati, se aumenteranno in alcuni a scapito di altri, etc.) a fronte di un “Texas Democratico” i Repubblicani dovrebbero puntare – in futuro – su un candidatoaffine” al profilo o almeno alle posizioni politiche di Donald Trump: un forte catalizzatore del consenso interno al partito, un forte consenso tra i lavoratori della “Rust Belt”, un difensore del manifatturiero e del settore agricolo statunitense, uno che sappia rappresentare le istanze della “middle class” e dei “workers” del Mid-West e del New England e, allo stesso tempo, con fieri valori Conservatori per essere apprezzato anche nel Sud e negli Stati delle Grandi Pianure. Tutto dipenderà da quanto il GOP si manterrà il “Workers Party” – anche una volta finito il secondo mandato di Trump – e di quanto riuscirà, anche in futuro, a trovare dei candidati unitari che sappiano tenere assieme le varieanime” (anche quelle “belle” che pur ci sono). Il GOP parte ormai svantaggiato ad ogni elezione dopo l’era Reagan…. eppure riesce a vincere quando è unito, motivato e coeso.

Consapevoli comunque che questi rivolgimenti avranno bisogno di molto tempo per manifestarsi pienamente e che, prima o poi (ma speriamo sempre poi), i Democratici torneranno comunque alla Casa Bianca – con o senza il Texas (vedi Obama).

Ma la teoria per cui “Vinto il Texas, i Repubblicani saranno finitinon è poi così definitiva e non potrà segnare per sempre la parola “Fine” nelle aspirazioni di un candidato Repubblicano di poter tornare, in un prossimo futuro, a sedersi nello Studio Ovale.

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