La Nuova via della Seta cinese è a rischio fallimento?

Infografica: La Nuova via della Seta, China’s Belt and Road Initiative (BRI)

Il sogno di egemonia cinese è iniziato nel 2013 e fu accolto con grande giubilo da tutti gli Stati potenzialmente coinvolti, una nuova ondata di infrastrutture che avrebbe coinvolto Europa, Asia e Africa, tre continenti che per la prima volta sembravano essere tutti uniti in un unico grande progetto. Ma a meno di 10 anni dall’inaugurazione si potrebbe mettere già la parola Fine.

Molti stati accolsero a braccia aperte l’iniziativa cinese, sopratutto lo Sri Lanka, la Malesia, il Pakistan, Djibuoti e la Cambogia. Il risultato? Molte delle opere programmate sono state cancellate o ridimensionate perché irrealizzabili o infattibili.

In molti dei Paesi coinvolti i partiti all’epoca all’opposizione, che sono stati fin da subito critici degli aiuti cinesi, sono poi saliti al potere, mentre gli entusiasti che avevano fatto questi accordi non sono stati premiati dagli elettori ed hanno perso.

Questo “rivolgimento” può essere osservabile dai trend degli investimenti diretti cinesi all’estero. Dopo il picco del 2016 ci fu una riduzione del 23% nel 2017 e del 13.6% nel 2108. Nei primi sei mesi del 2019 era tornato nuovamente a crescere, ma solamente dello 0.1%, il tutto condito con una forte riduzione delle riserve valutarie di Pechino.

Nel solo 2019, il Pakistan ha cancellato la costruzione di una centrale a carbone del valore di 2 miliardi ed i nuovi progetti per la rete ferroviaria per ulteriori 2 miliardi. La Birmania ha rivisto un progetto portuale, tagliando l’investimento dai 7,3 miliardi di dollari inizialmente previsti a 1,3 miliardi. La grande “città industriale” nell’Oman, un progetto faraonico da 10 miliardi di investimenti con l’obiettivo di arricchire l’area e di renderla attrattiva anche per i turisti, la cui costruzione era stata annunciata “in pompa magna” coma la “Nuova Dubai”, oggi non è altro che una recinzione nel bel mezzo del deserto.

La stazione Khorgos Gateway, tra il Kazakistan e la Cina, l’hub della via della seta cinese ed uno dei crocevia ferroviari più importanti dei corridoi commerciali che dall’Asia arrivano in Germania, Italia e Spagna non sta raggiungendo minimamente i risultati di traffico merci sperati ed è totalmente dipendente dai sussidi di Pechino che, tra l’altro, verranno tagliati.

Un altro esempio è la Sierra Leone, che ha cancellato la costruzione di un aeroporto del valore di 400 milioni di dollari con una società cinese.

Questi sono solo degli esempi di come il “soft powercinese sia sostanzialmente fallito a causa delle “trappole del debito” e di progetti che si sono rivelati avere dei benefici esclusivamente per il Dragone.

Il Coronavirus sta mettendo in ginocchio soprattutto l’economia Cinese, dato che non possono esportare quasi più in Europa, negli USA e nei principali mercati di valore per il loro export (e nonostante i loro report economici – ovviamente – falsificati dicano il contrario), con la questione del 5G europeo sospeso ed dazi per un valore di miliardi ogni anno da sopportare.. Tutto ciò unito assieme può seriamente causare l’implosione economia del Gigante dai piedi d’argilla, e far tremare il Politburo a Pechino.

Link per approfondire: “Il virus del PCC minaccia di distruggere la nuova Via della Seta”

Il “porto secco” di Khorgos, in Kazakistan, è l’hub della via della seta cinese

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