“Fidati ma non verificare” il motto delle relazioni tra USA e Cina… almeno, prima dell’arrivo di The Donald

L’allora Premier cinese Zhu Rongji con il Presidente Bill Clinton

Con Bill Clinton si è andati troppo morbidi con la Cina. Trump dovrà ora dimostrare (come già ha fatto) di essere in grado di presentare il conto a Pechino per i suoi errori.

Siamo ormai quasi alla fine del (primo) mandato dell’Orange Man Bad (come lo chiamano a Sinistra): nessuno avrebbe mai immaginato che ci sarebbe stato un lockdown durante questi 4 anni, ma oramai la maggior parte degli Americani vuole tornare a lavorare, nonostante l’establishment politico democratico e i mainstream media siano contrari a qualsiasi forma di riapertura, perché anche un piccolo accenno di ripresa economica entro Novembre significherebbe perdere la Casa Bianca e forse anche l’intero Congresso (le preoccupazioni per la “salute” da parte dei Democratici e della CNN soltanto delle scuse: anche perché sono il partito e il cable news che promuove l’aborto oltre i primi tre mesi).

Uno dei temi princpali da qui a novembre sarà ovviamente il rapporto con la Cina. Donald Trump, appena insediato, non è mai stato tenero con Pechino, piazzando fin da subito i suoi dazi e costringendo il Politburo con gli occhi a mandorla a sedersi al tavolo per negoziare.

Inizialmente queste mosse non erano ben viste anche all’interno dello stesso Partito Repubblicano, in quanto sia l’ala Neocon che quella dei libertari si sono sempre schierate a difesa di un fantomatico – quanto inesistente – “libero mercato“, nonostante sappiano perfettamente che nei rapporti commerciali con un Paese Comunista – con una società per niente “aperta” e così prona al maoismo – non ci sia assolutamente nulla di libero, figuriamoci il commercio.

L’inizio di questo malsano rapporto (che negli ultimi anni ha causato la chiusura di fabbriche in Ohio e Pennsylvania in cambio di prodotti “a basso costo” e overdose di Fentanyl) è iniziato nei primi anni 2000, quando il democratico Bill Clinton ha accolto la Cina nel WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Nel suo discorso alla John Hopkins University dichiarò infatti che con l’ingresso nel WTO:

Pechino non accetta semplicemente di importare più prodotti, ma accoglierà a braccia aperte uno dei principali valori occidentali, la libertà economica.

Ma, per capire il titolo di questo articolo, è necessario fare un excursus storico, partendo dall’analisi della politica americana con l’altra grande potenza comunista del passato: l’Unione Sovietica.

Verso la fine della Seconda guerra mondiale, dopo la morte di Roosevelt, toccò a Truman a presenziare alla Conferenza di Postdam, durante la quale non rivelò né a Churchill né a Stalin che gli Stati Uniti avessero la bomba atomica, ma una volta lanciate su Hiroshima e Nagasaki, l’Armata Rossa rinunciò ad intervenire ulteriormente contro il Giappone.

Subito dopo iniziò la c.d. Guerra Fredda e Truman non solo riuscì ad impedire a Stalin l’intera annessione di Berlino, ma lanciò anche il cosiddetto Piano Marshall (l’European Recovery Plan) una grande manovra economica che consentì la riapertura dei mercati su entrambe le sponde dell’Atlantico e diede l’opportunità alle imprese americane di esportare i prodotti del “Made in U.S.A.

Più avanti, nel 1984, verso la fine di quella Guerra Fredda, Margaret Thatcher invitò Gorbachev a Londra e, dopo una lunga discussione, capì che si poteva collaborare con il nuovo leader sovietico. Di conseguenza, andò subito a Camp David per convincere anche Ronald Reagan a farlo che, dopo attento e scrupoloso discernimento, comunicò a Gorbachev che Sì, si poteva collaborare, ma che l’approccio di lì in avanti sarebbe stato quello del “Trust But Verify” (“Fidarsi ma verificare“), tratto da un noto proverbio in rima russo (Doveryáy, no proveryáy).

E qui arriviamo a Bill Clinton… Clinton è infatti il regista dietro ad una serie di processi di apertura dei mercati che hanno plasmato l’attuale scenario globale.

Il Presidente Bill Clinton

Il Presidente Bill Clinton, una volta strappato l’Ufficio Ovale al successore di Reagan, Bush Padr, decise però di stravolgere la saggezza che stava dietro a questo approccio.

Dapprima con il “pesce più piccolo”: con l’Agreed Framework, infatti, al fine di fermare la produzione di armamenti nucleari nordcoreani, iniziò a regalargli il petrolio e gli consentì pure lo sviluppo delle tecnologie nucleari “a scopi commerciali”.

Successivamente, con il “pesce più grande”, ovvero con la Cina, annunciando trionfalmente, dopo aver fortemente voluto l’ingresso della Cina nel WTO (nel 2001):

Pechino comprerà i nostri prodotti

… cosa che ovviamente… non avvenne.

Da quel giorno le imprese manifatturiere occidentali, complice anche la Crisi economica del 2008 (figlia delle teorie economiche clintoniane del “Zero credit risk” – altro che del “turboliberismo” di Reagan e della Thatcher ) videro solamente continui furti di proprietà intellettuale… e chiusure. Per anni abbiamo fatto finta di niente, almeno finché non ci siamo trovati chiusi in casa per un virus partito da Wuhan, mentre, intanto, il regime comunista rafforza le proprie posizioni nel Mare Cinese Meridionale.

Donald Trump, sin dalla sua prima campagna elettorale, ha sempre criticato questo nuovo approccio – che potremmo parafrasare ora in “Trust But Not Verify” (“Fidarsi ma non verificare“) – lanciato da Clinton e continuato negli anni sia da Bush Figlio che da Obama.

Ora arriverà il punto di svolta: tra pochi mesi, con la crisi del virus finita e le elezioni a novembre, Trump dovrà dimostrare (come ha già fatto) di essere in grado di presentare il conto a Pechino, causandone l’implosione economica a suon di dazi e, se necessario, anche con un embargo ai suoi prodotti, potendo così vincere questa nuova “Guerra Fredda”.

Spectator USA

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