Il 25 Aprile, la festa dei molti diventata la festa dei pochi

Una foto a colori dello Sbarco in Sicilia, l’evento che segnò l’inizio della Liberazione

di Lorenzo Giustetto

Puntuale come un orologio svizzero, preciso ed ineccepibile, giunge anche quest’anno il 25 Aprile. Una data che per il popolo italiano dovrebbe essere simbolo di quel gran trionfo della Resistenza al regime fascista e all’occupazione tedesca della penisola italiana, una data che dovrebbe portare unione, solidarietà e gioia fra gli italiani, una data che dovrebbe simboleggiare il lascito ai posteri dei nostri più grandi patrioti, nonché padri fondatori della nostra Repubblica.

Dovrebbe essere tutto ciò, ma, almeno oggigiorno, non è.

Non è perché gli italiani hanno presto dimenticato il sapore quasi idealistico di questa festa, ne hanno perso quasi interesse, ne hanno quasi completamente scordato il significato. Ma perché tutto questo?

Basti pensare al vile, quanto inopportuno, sciacallaggio attuato sul 25 Aprile dalle diverse fazioni politiche italiane: si va dalla Sinistra con capostipite il Partito Democratico, che, in modo più o meno celato, sbandiera ancora la Resistenza al nazifascismo come un proprio marchio di fabbrica, fino alle frange più estremiste che recitano la solita vacua e scialba filippica del “antifascismo è anticapitalismo”; si va dalla Destra moderata, che analizza più lucidamente la ricorrenza e la celebra come “festa di tutti gli italiani”, fino alla Destra sovranista più o meno estrema che – chi con qualche scusa, come un tuttavia inesistente “fattore divisorio” del 25 Aprile, chi con ferma decisione – afferma la propria non-partecipazione al ricorrere della festa.

Questa concezione moderna (e totalmente distorta) del 25 Aprile risale, però, ancora più indietro: ebbene sì, bisogna andare a ricercarne i motivi del fallimento nel secondo dopoguerra, quando il PCI e le Sinistre di affermavano quasi come fossero state le uniche forze di opposizione al nazifascismo durante la guerra, personalizzando via via la festività e tentando di riadattarla alla modernità sempre più con il passare degli anni (non dimentichiamoci che il motto «la Resistenza continua!», ripetuto fino alla nausea dai comunisti per anni – ed ancora oggigiorno – ha dato la motivazione a quei movimenti estremisti che sono poi stati i simboli del triste periodo degli anni di piombo, in cui gruppi come le Brigate Rosse si credevano i “legittimi” eredi della Resistenza italiana).

Cosa fare dunque? Come uscire da questa ipocrisia creatasi, in qualsiasi parte politica, sul 25 Aprile? Vale la pena di festeggiare questa ricorrenza? La risposta è , naturalmente.

Lasciamo perdere gli sproloqui di coloro che sperano di guadagnare consenso su questa festa, ma vediamola per quello che è realmente: un giorno per celebrare il sacrificio di molti italiani antifascisti per la Patria, un giorno per ricordare con infinita gratitudine le forze alleate che ci hanno liberato dall’oppressione della tirannia, un giorno per inneggiare con gioia, speranza e felicità al crepuscolo della nostra libertà e della nostra amata democrazia.

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