Le Elezioni Presidenziali, il Collegio Elettorale ed i tentativi dei Democratici di eliminarlo

Il Presidente degli Stati Uniti viene scelto ogni 4 anni e questa elezione (di tipo “indiretto”) avviene attraverso l’elezione nei 50 Stati che compongono gli Stati Uniti dei 538 Grandi Elettori, che procederanno in seguito ad eleggere direttamente il Presidente. Il cittadino elettore americano non elegge, dunque, direttamente il suo Presidente.

Il Collegio Elettorale è composto da 538 Grandi Elettori, che corrispondono alla somma dei membri al Congresso che spettano ad ogni singolo Stato (ovvero, i 435 rappresentanti della Camera ed i 100 senatori, a cui vanno aggiunti, secondo quanto previsto dal XXI emendamento, ratificato nel 1961, i 3 grandi elettori assegnati al Distretto di Columbia).

La Mappa degli Stati Uniti con il numero di Grandi Elettori per ogni Stato

L’elezione del Presidente degli Stati Uniti avviene in quattro fasi:

L’ELEZIONE DEL COLLEGIO ELETTORALE

L’elezione del Collegio Elettorale avviene il martedì successivo al primo lunedì di novembre. Questo giorno è chiamato “Election Day”.

I 50 Stati ed il Distretto di Columbia adottano un sistema elettorale di tipo maggioritario e, per quanto riguarda l’assegnazione dei delegati, 48 Stati ed il Distretto di Columbia utilizzano la formula del “winner-takes-all”, per cui, il candidato Presidente che vince in ogni singolo Stato ottiene tutti i Grandi Elettori espressi dallo Stato.

Fanno eccezione il Nebraska ed il Maine, che hanno adottato una regola diversa, basata sul cosiddetto “congressional district method”, che consente di assegnare un Grande Elettore al candidato Presidente che vince in ogni singolo collegio elettorale alla Camera dei Rappresentanti cui ha diritto lo Stato, mentre gli ultimi due grandi elettori (che corrispondono ai due senatori che ogni Stato elegge) vanno al candidato che ha vinto il voto popolare a livello statale.

Per fare un esempio, nel 2016 Donald Trump ha vinto (cioè ha ottenuto la maggioranza dei voti espressi dagli elettori) nel 2° Distretto del Maine, mentre Hillary Clinton ha ottenuto più voti nel 1° Distretto e, complessivamente, nello Stato. Quindi, l’assegnazione dei 4 Grandi Elettori del Maine è avvenuta come segue: 3 sono andati ad Hillary Clinton (1 Grande Elettore per il 1° Distretto, e 2 Grandi Elettori per il voto popolare nel Maine); 1 a Donald Trump (per il 2° Distretto)

L’ELEZIONE DEL PRESIDENTE ATTRAVERSO IL VOTO DEI GRANDI ELETTORI

I Grandi Elettori, eletti in ogni Stato, si riuniscono nella propria capitale il lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre e procedono alla elezione “diretta” del Presidente e del Vice Presidente, o meglio, esprimono il proprio voto per uno dei candidati alla Presidenza degli Stati Uniti.

Al termine dello scrutinio segreto, viene redatto un puntuale verbale, che viene poi inviato in busta sigillata a Washington D.C.

Di regola, i Grandi Elettori non hanno un “vincolo di mandato” elettorale, pertanto, dal punto di vista legale, non sarebbero tenuti a rispettare le indicazioni di voto del listino presidenziale nel quale vengono eletti. In ogni caso, generalmente, difficilmente si discostano dallo scegliere un candidato Presidente diverso da quello sostenuto dal listino in cui sono eletti (solitamente i listini, detti “Tiket” che vengono presentati alle elezioni sono quello repubblicano, quello democratico e quelli di altro partito minore/candidato indipendente). Inoltre, lo scrutinio avviene nella capitale dei singoli Stati, quindi, per questo stretto legame che li unisce ai territori, è difficile che vadano contro la scelta dei propri cittadini.

È opportuno precisare che in 26 Stati e nel Distretto di Columbia è invece previsto espressamente dalla legislazione statale il “vincolo di mandato”, pertanto ci sono leggi statali che prevedono sanzioni amministrative o addirittura penali per l’Elettore che non rispetta il proprio vincolo di mandato (ad esempio, in Carolina del Nord, in Carolina del Sud ed in Michigan è previsto l’annullamento del voto e la sostituzione del Grande Elettore “infedele”). Nei restanti 24 Stati (come abbiamo già detto) invece non ci sono leggi che obbligano il Grande Elettore.

IL CONTEGGIO DEI VOTI AL CONGRESSO E LA PROCLAMAZIONE DEL PRESIDENTE E DEL VICEPRESIDENTE

Gli impiegati esaminano i certificati dello Collegio Elettorale durante la Sessione congiunta del Congresso nella Camera dei Rappresentanti a Capitol Hill a Washington, nel gennaio del 2013.

Il 6 gennaio dell’anno successivo a quello in cui si è tenuta l’elezione, il Congresso degli Stati Uniti a camere riunite procede all’apertura della buste e al conteggio dei voti che ciascun Grande Elettore ha espresso.

I candidati che raggiungono la maggioranza del voto espresso dal Collegio Elettorale (pari a 270 voti) sono eletti alla carica di Presidente e Vice Presidente.

IL GIURAMENTO DEL PRESIDENTE E DEL VICEPRESIDENTE DEGLI STATI UNITI

Come stabilisce il XX emendamento, l’inizio del mandato presidenziale scatta alle ore 12:00 del 20 gennaio successivo alle elezioni. Prima il Vicepresidente e poi il Presidente degli Stati Uniti prestano il giuramento, le cui parole sono precisamente indicate dalla Costituzione, nelle mani del Presidente della Corte Suprema ed entrano ufficialmente in carica.

LE MOTIVAZIONI STORICHE SULLA DATA SCELTA PER LE ELEZIONI

Per quanto riguarda la scelta della data dell’Election Day, come scritto in precedenza, deve avvenire “il martedì successivo al primo lunedì di novembre” ed il motivo è dovuto al fatto che i Padri fondatori dovevano garantire la massima partecipazione politica dei cittadini.

Alla fine del ‘700 gli elettori erano per la maggior parte proprietari terrieri (il diritto di voto avveniva sulla base del “censo”) e solo verso la fine dell’autunno questi potevano dedicarsi alla vita politica, essendo prima impegnati nei lavori agricoli. Inoltre, le vie di comunicazione erano ancora percorribili ad inizio novembre.

Di domenica non era però pensabile votare, per non interferire con le pratiche religiose, essendo infatti il giorno dedicato al Signore.

Quindi, gli elettori si mettevano in viaggio il lunedì, ed il martedì avrebbero così potuto votare per il Collegio Elettorale.

Per concludere, la formulazione del “martedì successivo al primo lunedì” non significa che l’Election Day cada il primo martedì del mese novembre, e questo è motivato in quanto, se il primo martedì del mese di novembre fosse capitato durante la Festa di Ognissanti, essendo una festività religiosa, non si poteva votare e quindi la data delle elezioni si spostava al martedì successivo.

I “Padri Fondatori” degli Stati Uniti d’America all’atto della firma della Dichiarazione d’Indipendenza (incisione di Waterman Lilly Ormsby di un dipinto di John Trumbull)

IL NUMERO GRANDI ELETTORI PER OGNI STATO ED I CANDIDATI SCELTI DAL COLLEGIO ELETTORALE NELLE ELEZIONI DEL 2008, 2012 e 2016

Di seguito la tabella degli Stati dell’Unione e dei Grandi Elettori fino ad ora attribuiti a ciascuno dei candidati a Presidente e le scelte del Collegio Elettorale nelle elezioni del 2008, 2012 e 2016

IL VOTO POPOLARE NAZIONALE ED I TENTATIVI DEI DEMOCRATICI DI ELIMINARE IL COLLEGIO ELETTORALE

Il candidato a Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha vinto le elezioni presidenziali dell’8 novembre del 2016 con 304 voti dei Grandi Elettori, contro i 227 di Hillary Clinton come certificato dalla Federal Election Commission.

Nelle ultime elezioni presidenziali è accaduto però che la candidata Hillary Clinton abbia ottenuto più voti di Donald Trump. Infatti, i voti complessivi a livello nazionale per la candidata democratica sono stati pari a 65.853.516, contro i 62.984.825 di Donald Trump. Ma, ovviamente, il sistema elettorale attualmente in uso non tiene conto del voto su base nazionale, cioè, un candidato Presidente che non sia riuscito ad ottenere la maggioranza nel Collegio Elettorale ma abbia avuto la maggioranza dei voti assoluti, non può per questo diventare Presidente. Inoltre, essendo una Federazione di Stati, è previsto che ogni Stato, anche se “piccolo”, abbia il diritto di poter incidere nell’elezione del Presidente, quantomeno alla pari con gli altri Stati.

A seguito di questo risultato, in campo democratico, si è rafforzata l’idea di voler abolire il collegio elettorale, introducendo il diverso “voto popolare su base nazionale” per l’elezione del Presidente.

I promotori di questa riforma sostengono, fin dal 2006, che in questo modo i candidati presidenziali potranno prestare ascolto alle istanze dei cittadini di tutta gli Stati Uniti, mentre adesso la campagna elettorale si è sempre concentrata su circa 12 Stati tradizionalmente più “in bilico”, mentre i 2/3 degli eventi della campagna elettorale del 2016 (273 su 299) si sono tenuti addirittura in soli 6 Stati (Ohio, Florida, Virginia, North Carolina, Pennsylvania e Michigan).

La campagna elettorale si concentra attualmente sui cosiddetti “Swing State”, quegli “Stati in bilico” tra democratici e repubblicani, mentre la maggioranza degli Stati non viene coinvolta, in quanto la maggioranza dei loro elettori è già schierata in modo netto o con i repubblicani o con i democratici. Inoltre, gli “Swing State” ottengono in media più sovvenzioni federali e dichiarazioni di calamità rispetto agli Stati “ignorati”, che così verrebbero penalizzati.

Con questa riforma, si eviterebbe anche il caso che il candidato vincitore del Collegio Elettorale abbia ottenuto però meno voti dello sfidante sconfitto nel voto popolare (come nel caso di George W. Bush nel 2000 e di Donald Trump nel 2016).

I democratici hanno iniziato dal 2006 a presentare dei disegni di legge per introdurre il voto popolare a livello nazionale negli Stati da loro governati.

Questi disegni di legge prevedono che i Grandi Elettori dello Stato che ha adottato questo tipo di legislazione vadano al vincitore del voto popolare a livello nazionale.

Allo stato attuale, 16 Stati hanno approvato la legge sul voto popolare, che corrispondono a circa 196 Grandi Elettori, tra cui 5 Stati di piccole dimensioni (DC, DE, HI, RI, VT), 8 Stati di medie dimensioni (CO, CT, MD, MA, NJ, NM, OR, WA) e 3 grandi stati (CA, IL, NY). 

Una mappa che mostra a che punto è l’approvazione del Nationa Popula Vote bill nei singoli stati e la loro rappresentazione secondo il “peso” che hanno nel Collegio Elettorale attuale.
In (Verde) gli Stati in cui il Nationa Popula Vote bill è legge
In (Arancio) gli Stati in cui il Nationa Popula Vote bill è stato approvato da un solo ramo parlamentare
In (Giallo) gli Stati in cui il Nationa Popula Vote bill è stato approvato da entrambi i rami del parlamento statale
In (Azzurro) gli Stati in cui il Nationa Popula Vote bill è stato discusso almeno una volta o è stata formata una commissione legislativa per studiarne l’approvazione
In (Grigio) gli Stati in cui il Nationa Popula Vote bill non è stato nemmeno discusso

La riforma sul voto popolare nazionale entrerebbe in vigore allorquando gli Stati che avessero approvato la legge corrispondano ad almeno 270 grandi elettori.

Il problema di questa riforma è che gli Stati più “piccoli” non conterebbero più nulla, in quanto sarebbero gli Stati più grandi e più popolosi a decidere, in maniera determinante, sulla Presidenza degli Stati Uniti.

Ma gli Stati Uniti, dobbiamo ricordarlo, sono una Federazione di Stati ed ogni Stato ha il suo Congresso, il suo Governatore, i suoi ministri, la sua Pubblica Amministrazione ed il suo Esercito (la “Guardia Nazionale”).

Ed in una Federazione, i singoli Stati devono poter incidere su chi presiederà l’Unione, ed è per questo che i Padri Fondatori hanno creato il Collegio Elettorale, in cui ogni Stato dell’Unione mandava i propri delegati. Ricordiamo anche che il numero di Grandi Elettori di ogni Stato corrisponde al numero dei Rappresentanti della Camera, che varia a seconda della popolazione dello Stato, a cui vengono aggiunti altri due Grandi Elettori, che corrispondono ai senatori, che sono uguali per tutti gli Stati.

Quindi, ecco spiegato perchè il voto popolare su base nazionale favorirebbe solo gli Stati più popolosi. Con un tale sistema di voto, l’interesse per gli Stati più piccoli e meno popolosi sarebbe quasi inesistente, una sorta di “periferia disagiata”, in quanto i voti si prenderebbero nelle Grandi Città e negli agglomerati urbani, quindi, l’affermazione dei promotori del “voto popolare” che gli Stati diversi dagli Swing State ottengano meno sovvenzioni, si aggiornerebbe con la seguente: gli Stati diversi da quelli popolosi otterrebbero così meno sovvenzioni e meno attenzioni da parte dell’amministrazione che diventerebbe così “centrale” e non più “federale”.

UNA RIFORMA IN SENSO PROPORZIONALE PER L’ASSEGNAZIONE DEI GRANDI ELETTORI DEL COLLEGIO ELETTORALE

Una riforma del Collegio Elettorale potrebbe avvenire però, come anche spiegato da Brad Polumbo del Washington Examiner nel suo articolo del 26 agosto 2019, ma in senso proporzionale. Se sei un elettore repubblicano in California, uno Stato nettamente democratico, il tuo voto per il candidato Repubblicano “non conta niente”, perché vige la regola del “winner-takes-all”; mentre, se i Grandi Elettori venissero eletti con il metodo proporzionale, il voto di tutti conterebbe.

Poiché il numero di Grandi Elettrori che uno Stato ottiene è determinato, come già citato in precedenza, dalla rappresentanza alla Camera e che ogni Stato ottiene due Grandi Elettori indipendentemente dalla popolazione, anche un’assegnazione proporzionale del Collegio Elettorale aumenterebbe la voce che gli Stati più piccoli hanno alle elezioni federali rispetto ad un voto popolare.

CONCLUSIONI

Per concludere sull’argomento, bisogna ricordare che i Democratici sono forti dal punto di vista elettorale nelle Grandi Città e negli agglomerati urbani (Los Angeles, San Francisco, Chicago, New York, …), quindi, una riforma del voto secondo il criterio del “voto popolare a livello nazionale” favorirebbe in ultima analisi solamente loro. Quindi , ecco perchè si parla di “calcolo e vantaggio politico” e non di “diritti” od altro.

Dalla cartina sottostante si può notare come i democratici alle elezioni presidenziali del 2016 abbiano vinto in poche contee, che però sono anche le più popolose (472 contee vinte da Hillary Clinton contro le 2.584 contee vinte da Donald Trump).

La Mappa delle contee vinte nelle Elezioni Presidenziali del 2016. In (Blu) quelle democratiche, in (Rosso) quelle repubblicane.

Nelle contee vinte dai democratici vive la maggioranza assoluta degli americani, il 55% della popolazione nazionale (177 milioni contro 146 milioni di abitanti, secondo le stime della Brookings Institution basate sulle stime dello U.S. Census per l’anno 2016).

Nelle elezioni presidenziali del 2016, analizzando i dati, si è scoperto che Hillary Clinton ha vinto il voto popolare nazionale solo grazie alla California, mentre se tale Stato si esclude, il voto popolare lo ha vinto Donald Trump.

Stato Hillary Clinton Donald J. Trump
Alabama 729.547,00 1.318.255,00
Alaska 116.454,00 163.387,00
Arizona 1.161.167,00 1.252.401,00
Arkansas 380.494,00 684.872,00
Colorado 1.338.870,00 1.202.484,00
Connecticut 897.572,00 673.215,00
D.C. 282.830,00 12.723,00
Delaware 235.603,00 185.127,00
Florida 4.504.975,00 4.617.886,00
Georgia 1.877.963,00 2.089.104,00
Hawaii 266.891,00 128.847,00
Idaho 189.765,00 409.055,00
Illinois 3.090.729,00 2.146.015,00
Indiana 1.033.126,00 1.557.286,00
Iowa 653.669,00 800.983,00
Kansas 427.005,00 671.018,00
Kentucky 628.854,00 1.202.971,00
Louisiana 780.154,00 1.178.638,00
Maine 357.735,00 335.593,00
Maryland 1.677.928,00 943.169,00
Massachusetts 1.995.196,00 1.090.893,00
Michigan 2.268.839,00 2.279.543,00
Minnesota 1.367.716,00 1.322.951,00
Mississippi 485.131,00 700.714,00
Missouri 1.071.068,00 1.594.511,00
Montana 177.709,00 279.240,00
Nebraska 284.494,00 495.961,00
Nevada 539.260,00 512.058,00
New Hampshire 348.526,00 345.790,00
New Jersey 2.148.278,00 1.601.933,00
Nuovo Messico 385.234,00 319.667,00
New York 4.556.124,00 2.819.534,00
Nord Carolina 2.189.316,00 2.362.631,00
Nord Dakota 93.758,00 216.794,00
Ohio 2.394.164,00 2.841.005,00
Oklahoma 420.375,00 949.136,00
Oregon 1.002.106,00 782.403,00
Pennsylvania 2.926.441,00 2.970.733,00
Rhode Island 252.525,00 180.543,00
Sud Carolina 855.373,00 1.155.389,00
Sud Dakota 117.458,00 227.721,00
Tennessee 870.695,00 1.522.925,00
Texas 3.877.868,00 4.685.047,00
Utah 310.676,00 515.231,00
Vermont 178.573,00 95.369,00
Virginia 1.981.473,00 1.769.443,00
Washington 1.742.718,00 1.221.747,00
Virginia Occidentale 188.794,00 489.371,00
Wisconsin 1.382.536,00 1.405.284,00
Wyoming 55.973,00 174.419,00
57.099.728,00 58.501.015,00
California 8.753.788,00 4.483.810,00
65.853.516,00 62.984.825,00

UNA SENTENZA FEDERALE CHE SALVEREBBE IL COLLEGIO ELETTORALE

Martedì 20 agosto del 2019 un giudice federale della X Corte di Appello ha stabilito che i Grandi Elettori nel Collegio Elettorale hanno un diritto assoluto di votare per dei candidati presidenziali di loro scelta e che tale decisione può contrastare la riforma del “voto popolare nazionale” promossa dai democratici.

La Corte d’Appello ha accertato che il Segretario di Stato del Colorado aveva violato la Costituzione nel 2016, quando aveva rimosso un Grande Elettore ed annullato il suo voto perché l’elettore si era rifiutato di votare per la democratica Hillary Clinton, che aveva invece ricevuto la maggioranza dei voti popolari sia a livello nazionale che in Colorado.

L’articolo 2 ed il XII emendamento conferiscono agli elettori presidenziali il diritto di votare con discrezione il Presidente e il Vicepresidente. E lo Stato non possiede l’autorità per rimuovere un Grande Elettore e di annullare il suo voto in risposta all’esercizio di tale diritto costituzionale.

La Corte d’Appello ha motivato che, una volta che i Grandi Elettori si presentano al Collegio Elettorale, diventano essenzialmente “attori federali” che svolgono una “funzione federale“, indipendente per questo dal controllo statale.

La Sentenza potrebbe significare la condanna per la legge approvata dal Colorado sul voto popolare nazionale, che obbliga i grandi elettori a votare il vincitore del voto popolare.

Leggi anche: Il tuo partito non fa più presa sull’elettorato? Allora proponi  la distruzione della Costituzione!

Questa sentenza si applica solo al Colorado e ad altri cinque stati del X circuito: Kansas, New Mexico, Oklahoma, Utah e Wyoming. Ma potrebbe influenzare i casi futuri a livello nazionale, nell’improbabile caso in cui un numero sufficiente di membri del Collegio Elettorale si allontanasse dal voto popolare dei loro Stati per influenzare l’esito di un’elezione presidenziale – hanno detto gli studiosi costituzionali.

Nel frattempo, anche gli sforzi paralleli al Congresso per eliminare il Collegio Elettorale non hanno avuto successo.

A gennaio, il rappresentante Steve Cohen, democratico del Tenneseee, ha introdotto un paio di emendamenti costituzionali per eliminare il Collegio Elettorale, adducendo il fatto che ormai fosse “obsoleto”.

Gli americani si aspettano e si meritano che il vincitore del voto popolare vinca la Presidenza. Più di un secolo fa, abbiamo modificato la nostra Costituzione per prevedere l’elezione diretta dei senatori degli Stati Uniti. È arrivato il momento di eleggere direttamente il nostro Presidente ed il Vicepresidente.

Tuttavia, un emendamento costituzionale che elimina il Collegio Elettorale richiederebbe due terzi sia della Camera che del Senato per approvare la misura, insieme ai tre quarti delle legislature statali. In alternativa, il Congresso potrebbe tenere una “convenzione nazionale” e gli Stati potrebbero ospitare delle “convenzioni di ratifica”, ma sarebbe comunque necessaria una maggioranza dei due terzi.

Alcune persone protestano contro il presidente eletto Donald Trump mentre i Grandi Elettori si riuniscono per esprimere il loro voto al Campidoglio dello stato della Pennsylvania ad Harrisburg, il 19 dicembre 2016. (REUTERS / Jonathan Ernst)

Fonti: articolo del Washington Examiner, FoxNews, sito Popular Vote, dati ufficiali FEC, ricerche varie sul Collegio elettorale.

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