Accordo del secolo o meno, quello di Trump sarebbe senz'altro un passo avanti per il Medio Oriente

Donald Trump ha presentato insieme a Benjamin Netanyahu una proposta di accordo per la pace tra Israele e Palestina, definito dallo stesso Trump “l’Accordo del secolo”.

Come già alcuni suoi predecessori avevano provato a fare, Donald Trump ha presentato insieme a Benjamin Netanyahu una proposta di accordo per la pace tra Israele e Palestina, definito da Trump “L’Accordo del secolo”. Un conflitto arrivato ormai ai limiti dell’irrisolvibile, con pesanti conseguenze sulla stabilità dell’intero Medio Oriente. 

La reazione di gran parte degli organi di stampa è stata un misto di isteria e avversità a prescindere nei confronti di Trump. Come al solito, capacità di entrare nel merito “non pervenuta”. 

Proviamo invece ad analizzare l’accordo in modo concreto. Innanzitutto, nel merito, cosa prevede? 

La mappa dell’Accordo del Secolo rivelata dal Presidente Donald Trump

1. Costituzione progressiva dello Stato di Palestina, con smilitarizzazione dei suoi territori, che andrà ad occupare circa il 70% della Giudea e della Samaria. Lo “Stato di Palestina” sarà formalmente riconosciuto al termine di quattro anni di verifiche su: fine dei finanziamenti al terrorismo, rinuncia alla violenza da parte di Hamas, rispetto dei diritti umani, libertà di stampa e religiosa. Intanto, immediato diritto per la Palestina ad una sua forza di polizia, ma non ad un esercito. 

2. Estensione della sovranità della Palestina a quasi il doppio dei territori attualmente sotto controllo dell’Autorità Palestinese. La Palestina, inoltre, avrebbe il controllo su circa il 75% della cosiddetta West Bank (la Cisgiordania, territorio senza sbocco sul mare aldiquà del Fiume Giordano). Di fatto, la Palestina ha il controllo del territorio interno, mentre Israele dei confini. Israele può mantenere una presenza militare nella West Bank.

3. Israele mantiene il controllo sulla Valle del Giordano e sul perimetro di sicurezza dei suoi insediamenti. 15 di questi saranno poi, con la Palestina che diventa Stato, enclavi d’Israele. All’interno di questi insediamenti, costruzioni bloccate per Israele per i prossimi quattro anni. 

4. Israele assume la sovranità ufficiale sulle sue colonie nella West Bank, ma congela la costruzione di ulteriori insediamenti per quattro anni. 

5. Gerusalemme è confermata capitale dello Stato Ebraico d’Israele, con una parte della città (gli attuali quartieri Kafr Akab, Abu Dis e un pezzo di Shuafat), denominata “Gerusalemme Est” che diventa capitale dello “Stato di Palestina” (con apertura in loco dell’Ambasciata USA). L’accesso alla Moschea di al-Aqsa di Gerusalemme sarà sempre garantito. 

6. Previsti 50 miliardi di dollari di aiuti economici ed investimenti diretti da parte degli Stati Uniti per la Palestina.

7. Possibilità, da trattare negli anni a venire tra Israele e Palestina, di una cessione del cosiddetto “Triangolo” (Kafr Kara, Arara e Baka al-Gharbiya) da Israele – che attualmente lo controlla – alla Palestina.

Il Presidente Donald Trump con il premier di Israele Benjamin Netanyahu

Qualcuno dice che sia un accordo troppo sbilanciato verso Israele, un’umiliazione per la Palestina. C’è un dato però che si fa finta di non voler vedere: il conflitto israelo-palestinese, di fatto, ha già un vincitore e quel vincitore è Israele. Le attuali posizioni da cui deve partire una trattativa sono frutto di 70 anni di avvenimenti che hanno visto il prevalere di una delle due forze in gioco. Gli accordi di pace, lo insegna la storia, pendono verso chi vince. Non sarà questo il primo ad essere diverso. Siamo tutti d’accordo che il conflitto non finirà da solo e non finirà senza una regia di un player quale gli Stati Uniti. Con questo accordo si passerebbe da una situazione di conflitto perenne a un superamento dello status quo con un principio di relazioni regolamentate tra due vicini

Dal lato Palestina già arrivano puntuali i commenti che da 30 anni si sentono rispetto a qualsiasi proposta di pace. “Bisogna ritornare almeno alla situazione pre-1967”. C’è un commento bellissimo che fece tempo fa la grande Golda Meier: “I Palestinesi dicono sempre di voler tornare ai confini pre-1967. Ma allora perché ci attaccarono nel 1967?” Riassume perfettamente il nocciolo della situazione: la verità è che da decenni la leadership arabo-palestinese ha scelto di sacrificare la prospettiva di un vero e proprio Stato per fare piuttosto della Palestina una resistenza armata anti-sionista, con un preciso disegno fondato sul “non diritto ad esistere di Israele”, e con in più la pretesa di scatenare conflitti, venire sconfitta, e poi pretendere indietro quegli stessi territori che ha perso. Un atteggiamento irrazionale che non fa il bene del popolo della Palestina. Nessuno chiamerà a scegliere la Palestina tra la situazione attuale e la perfezione, un briciolo di pragmatismo in questo senso farebbe quanto mai bene. 

La Palestina con questo accordo potrebbe finalmente diventare Stato? Sì. Avrebbe accesso a Gerusalemme? Sì. Vedrebbe ampliati i suoi territori? Sì, nettamente. Questi sono fatti, non opinioni. Fatti che rappresenterebbero un passo avanti rispetto allo status quo fatto di tensione, insicurezza e conflitto perenne. 

I palestinesi gridano slogan durante una protesta al confine tra Israele e Gaza nella striscia meridionale di Gaza il 12 ottobre 2018. (Ibraheem Abu Mustafa / Reuters)

Hamas e il Presidente palestinese Maḥmud Abbas (conosciuto anche come Abu Mazen) hanno invece rigettato la proposta senza neanche volerla discutere. Un atteggiamento che non fa che isolare la voce palestinese nel mondo, con i suoi stessi vicini di casa arabi che, per la prima volta, hanno senza indugi sostenuto la proposta USA. Arabia Saudita, Egitto e, seppur più timidamente, anche il Qatar hanno dato il proprio assenso al piano di Trump. Ad Abbas restano soltanto Iran e Turchia. Non proprio due compagni di viaggio raccomandabili di questi tempi. Senza dimenticare che dal fronte Israele il sostegno alla proposta Trump non è soltanto della destra conservatrice di Bibi Netanyahu ma anche del suo “grande rivale” e contendente per la premiership, Benny Gantz. Israele quindi, comunque vadano le elezioni, proverà a portare avanti l’accordo.

Trump con questo accordo mostra chiarezza di intenti e propone una soluzione pragmatica. Gli USA sono lì per difendere Israele, ma pronti anche a riconoscere la Palestina e parte delle sue richieste. Il tutto, con un ampio supporto del mondo arabo in Medio Oriente. Francamente, non sembra poco. 

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