“Brexit means Brexit” e fatevene una ragione!

Le elezioni dello scorso 12 dicembre hanno rappresentato uno spartiacque per la politica britannica, con il popolo britannico chiamato a scegliere tra i Conservatori di Boris Johnson ed un composito e non ben identificato fronte pro-UE, di cui il Partito Laburista di Jeremy Corbyn è stato l’azionista di maggioranza.

I Risultati delle elezioni politiche del 12 dicembre 2019

La vittoria di Boris Johnson è stata dirompente, con un Partito Conservatore che, da senior partner di un Governo di minoranza, si ritrova ora ad avere non solo la maggioranza assoluta, ma a conseguire un incremento di seggi mai visto sin dai tempi di Margaret Thatcher nel 1983, andando a sfondare il cosiddetto “Red Wall” tra Scozia ed Alta Inghilterra.

Risultati delle elezioni politiche del 12 dicembre 2019, paragonate ai risultati del 2017.

Parimenti, questo risultato è una débacle per il Partito Laburista, che ha conseguito il peggiore risultato nella sua storia dal 1935, sotto la guida di Jeremy Corbyn, un socialista vintage con il pallino dell’intervento pubblico in ogni dove: statalista, armonico con il socialismo à la carte made in AOC, per il socialismo green, contro il capitalismo, contro la NATO, contro Israele, ambiguo con Hamas ed il fondamentalismo islamico. Già parlamentare vintage negli anni ’80, tentò inutilmente di arginare la Lady di Ferro ed è finito per essere spazzato via dall’uragano Boris Johnson, nella peggiore débacle laburista del dopoguerra.

Jeremy Corbyn (a sinistra) e Margaret Thatcher (a destra) in un confronto alla Camera dei Comuni.

Il programma dell’Old Labour di Corbyn era chiaro, nella sua opulenza: più spesa. 60 miliardi di sterline investite in ogni settore dell’economia britannica, un ritorno allo Stato pre-thatcheriano, tramite una maggiore tassazione non solo sui ceti più benestanti del paese, ma anche sulla classe media, uno dei veri motori dell’economia britannica. Sul fronte della Brexit un chiaro decisionista: sì, no, forse, ora vediamo, facciamo il secondo referendum o forse no, comunque anche fuori non si sta male. Alla fine la sua posizione ondivaga sulla Brexit e – non meno importante – in materia di antisemitismo, ne hanno decretato il tracollo.

“Le reazioni del brillante establishment progressista italiano”

Le reazioni del brillante establishment progressista italiano non sono mancate, primo tra tutti il Segretario del Partito Democratico Nicola Zingaretti, che ha bollato il trionfo di uno dei più antichi partiti politici del mondo come la vittoria della “destra rozza ed ignorante”.

Così “rozza ed ignorante” che occorre forse ricordare, in breve, chi è Boris Johnson. Giornalista, scrittore, bevitore, appassionato di lettere classiche. Già direttore dello Spectator dal 1999 al 2005, fan di Winston Churchill (di cui ha scritto una biografia, “The Churchill Factor“), deputato dal 2001, già Sindaco di Londra. Figlio di un ex funzionario della Commissione Europea, ha studiato a Eton, per poi laurearsi in lettere classiche a Oxford, con una tesi in storia antica. Appassionato di storia romana e di lingua latina, da Sindaco ne ha promosso lo studio nelle scuole pubbliche londinesi, in modo da farne materia scolastica anche al di fuori del sistema scolastico più d’élite del Regno Unito. Non ultimo, ha scritto molto sulla storia di Roma, evidenziando più volte come la storia dell’Urbe sia fondamentale per comprendere e dominare lo scenario politico moderno.

Dall’altro lato, con Nicola Zingaretti, abbiamo un diploma professionale di odontotecnico, corroborato da una scuola di formazione politica targata Partito Comunista Italiano.

Altro rozzo ignorante della politica britannica, attore chiave, è Nigel Farage, ex broker ed ex leader dell’UKIP, nonché fondatore del “Brexit Party“. Infatti, sebbene non abbia ottenuto alcun seggio, la scelta di candidarsi in determinati collegi, soprattutto quelli storicamente laburisti, ma con una forte tendenza pro-leave, ha drenato i voti nei confronti dei laburisti, consentendo ai Tories di prevalere anche in alcune storiche roccaforti rosse.

Le constituencies storicamente laburiste che sono state vinte dai Conservatori lo scorso giovedì, seguite dal numero di anni di controllo laburista.

Il motivo anche qua, di certi successi, sembra difficile da capire, ma è abbastanza evidente: da un lato è attribuibile al contributo del Brexit Party (che per certi aspetti, soprattutto in economia, si è mostrato vicino agli operai ed ai worst-off), dall’altro alla retorica comunicativa di Boris Johnson, che è stato indubbiamente un conservatore sui generis, che non ha esitato a mostrarsi vicino anche ai ceti meno abbienti e più operaisti della società britannica.

I laburisti hanno subito il tracollo più grande nelle aree dove ha vinto il “Leave”. Il contributo del Brexit Party è stato determinante per consolidare il voto dei Tories.

Se da un lato, infatti, il linguaggio laburista è per definizione vicino alle classi operaie, è anche vero che il politically correct di cui ormai la sinistra liberal è diventata portavoce, ha incrementato la distanza dai più poveri. Esponenti delle classi medie-medio basse, che hanno visto scendere il proprio potere d’acquisto e le proprie prospettive di crescita, con un ceto politico incuneato su sé stesso, alla richiesta di maggiori tasse per l’ambiente a tutti i costi, pronto a dare del “razzista” a chiunque esponesse una semplice richiesta: “aiutateci”.

Boris, come anche Donald Trump negli Stati Uniti, ha trasmesso un messaggio più inclusivo: ok, le cose stanno andando male per tutti, la crescita sta rallentando, lo sappiamo e siamo con voi. Ancora una volta, la Gran Bretagna si è detta pronta a cavalcare lo “spirito del tempo” ed a scrivere la Storia.

Secondo questa indagine a ridosso delle GE2019, la leadership laburista è stata una delle cause principali del tracollo del Labour.

Questa elezione rappresenta il punto di arrivo di un percorso avviato nel 2016, con il referendum per la Brexit, che ha visto trionfare il campo dei leavers, contro le aspettative di tutto l’establishment mediatico mainstream occidentale. Si tratta di un percorso politico che, tutto sommato, presenta varie analogie con il travolgente successo di The Donald nel Paese a stelle e strisce, soprattutto per l’isteria del mondo liberal di casa nostra. Calma e gesso insomma.

Nonostante la vittoria del leave con un 52% dei britannici a favore, il focus dei media si è ostinatamente concentrato sugli expat, i lavapiatti londinesi, i grandi sconfitti, quell’Inghilterra che esiste solo nelle storie di Instagram, un’Inghilterra senza inglesi, che ricorda molto le ZTL elettorali dove si è arroccato il centrosinistra moderno, alla ricerca di un’identità tra Viale Parioli e l’Isola Verticale. Inutile, ma insperatamente divertente, ricordare i vari protagonisti del dibattito qui da noi esporre bizzarre teorie su quanto sia necessario restringere il perimetro degli strumenti democratici ed il ricorso ad elezioni con bizzarrie come il “patentino di voto”. Dai liberali per Jeremy Corbyn, l’Economia Pianificata e l’Ancient Régime è tutto, Stalingrado, a voi la linea.

Ah no, scusate, ci dicono che ora c’è la questione scozzese, visto il recupero dello Scottish National Party nelle terre di William Wallace. Forse serve un ripasso sul sistema elettorale della Perfida Albione. Se il Brexit Party ha drenato voti ai laburisti in circoscrizioni chiave, nulla toglie che un tracollo relativo del Labour abbia portato ad un recupero dell’SNP, as simple as that. Il sistema elettorale britannico è semplice, nel suo brutale pragmatismo: chi arriva primo vince. Proprio per questo motivo, spesso e volentieri, in alcune aree si registra un voto “utile”, come ad esempio elettori Labour che in massa preferiscono votare SNP, relativamente forte in Scozia, al fine di arginare la blue wave. Ah, le magie del “first past the post“.

Osservazione non richiesta. Se additi gli elettori come razzisti, stupidi, ignoranti e rabbiosi, forse la voglia di votarti gliela fai passare.

Le elezioni del 2019 probabilmente entreranno nella storia britannica tra quelle più determinanti del dopoguerra, dove gli elettori sono riusciti a decidere ciò su cui la propria classe politica si è inutilmente arroventata per anni: una risposta chiara alla Brexit. Queste elezioni rappresentano una risposta all’idea di indire un secondo referendum, umiliando tutta quella parte politica e mediatica che ha anche solo provato a proporre la cancellazione di un intero percorso di democrazia e partecipazione. Crisi significa scelta, decisione. Non a caso, il referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è stata una scelta critica, perché i sudditi di Sua Maestà hanno espresso una volontà difforme da quella del Parlamento.

Eppure Boris è stato chiaro: “Abbiamo ricevuto un mandato molto forte”, e come il voto indica, ha ricevuto un mandato da quella Gran Bretagna meno fotogenica, delle imprese, degli operai, della classe media, storia già vista (America First, no?), però al contrario degli USA, il flair britannico sta tutto nel suo tweet: «Viviamo nella più grande democrazia del mondo.»

Ed ha ragione.

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