L’urlo della Silent Majority

Il mondo appariva silenzioso, ma potevo sentire le esultanti urla dalla Trump Tower, e le lacrime scorrere sui volti di chi Hillary l’aveva sostenuta, credendosi perfino moralmente superiore.

Era l’8 novembre 2016. Una data che rimarrà negli annali della politica, perché è stato il giorno in cui l’America – stanca di Obama e disillusa dalla sua politica – diede un prepotente schiaffo al suo proseguo, ossia la presidenza di Hillary Clinton.

Era l’8 novembre 2016. Una data che rimarrà negli annali della politica, perché è stato il giorno in cui l’America – quella stanca di Obama, disillusa dalla sua politica – diede un prepotente schiaffo al suo proseguo, ossia la presidenza di Hillary Clinton, ed elesse Donald Trump suo 45esimo presidente.

Ricordo molto bene quel giorno. L’adrenalina che mi scorreva nelle vene del corpo. Il velo di pessimismo che provai nelle giornate precedenti, ossia quando venne resa pubblica la gaffe che rischiò di affondare la campagna di Trump (la famosa “conversazione da spogliatoio” con Billy Bush), si era diradato, e ora provavo ottimismo, una sempre più inconsapevole speranza.

Quel pomeriggio in Italia, mattina nella costa est americana, osservai sui social i seggi di Philadelphia e di New York pieni, con una fila che non si era vista nemmeno con l’arrivo di Obama alla Casa Bianca. Città democratiche, pensai, ma se quella era una tendenza, cosa avrei dovuto aspettarmi con l’arrivo della notte?

E poi arrivò la sera. Fu improvviso e fu glorioso. L’avvicinamento lo seguii su Fox News, e quell’ottimismo precedentemente descritto diventava ora energia che mi tenne sveglio ininterrottamente per 36 ore (eccetto una veloce dormita di un’ora).

Appena scattarono le due di notte in Italia iniziarono i primi spogli, che arrivarono dall’Ohio e poi dalla Florida e poi dal Michigan. Trump accumulava voti elettorali su voti elettorali. Prima 10, poi 25, poi 35, poi 50, e la Clinton, la super favorita dai sondaggi, in un costante e tremendo stato a rincorrere per tutta la notte. Risultati che mi cullarono fino alle prime ore dell’alba.

Non potevo credere a ciò che stavo vedendo. Sembrava impossibile, era un sogno ad occhi aperti. Trump stava letteralmente schiacciando la Clinton. Non c’è mai stato un momento, durante quella notte, in cui abbia davvero avuto paura che l’imprenditore newyorkese perdesse.

E poi inquadrarono Trump, Pence, le loro famiglie e il loro staff, nel quartier generale della Trump Tower nella nemica New York, e lì venni scosso da brividi. Ognuno sorrideva esuberante, oppure osservava pensieroso il televisore per gli ultimi risultati di quella lunga nottata. C’erano strette di mano e persone che parlavano al telefono. Non Trump. The Donald era seduto, quasi sdraiato sulla sedia, lo sguardo compiaciuto sul volto, come a voler dire all’America, al mondo: cosa pensavate, che avrei perso?

Quando a Trump mancavano solamente una decina di voti elettorali per essere eletto, ma il risultato ormai non era più in bilico, andai a dormire, per svegliarmi un’ora dopo, pronto per andare a lavorare. Il mondo appariva silenzioso, nella mia casa di montagna, ma potevo sentire le esultanti urla dalla Trump Tower, e le lacrime scorrere sui volti di chi Hillary l’aveva sostenuta, credendosi perfino moralmente superiore.

Non fu solamente Hillary Clinton ad essere stata sconfitta. Erano stati sconfitti i suoi finti sorrisi ad ogni attacco da parte di Trump. Erano state sconfitte le promesse non mantenute – ora solamente sotto una nuova veste. Ma soprattutto era stata sconfitta l’idea che ogni essere vivente avesse diritto a un premio, a un trofeo, a una medaglia, solo per il fatto di essere cittadino di questo mondo.

Non era Trump ad avere vinto. Era stata la sua Silent Majority.

Un pensiero su “L’urlo della Silent Majority

  1. Come mi ritrovo in questo articolo! Non conoscevo per niente Trump, per la verità, ma conoscevo fin troppo bene l’altra, ero perfettamente consapevole della catastrofe planetaria che la sua elezione avrebbe rappresentato, e quindi ho fatto un tifo disperato per lui, e non ho spento il computer finché non sono arrivati i risultati completi. Non lo conoscevo, come ho detto, e nel contesto lo consideravo il male minore. Mi sbagliavo: giorno dopo giorno ho avuto modo di rendermi conto che non era affatto un male minore, bensì un bene maggiore. God bless Trump!

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