L’urgenza di entrare nella competizione fiscale

Sebbene sia dall’Italia, che dagli Stati Uniti non arrivino ottime notizie sul fronte dell’economico,specialmente su quello della spesa, bisogna riconoscere a Donald Trump il merito di aver reso nuovamente competitiva l’economia statunitense.

Come sostengono gli economisti neoclassici, la produttività aumenta quando le imprese e i cittadini hanno l’opportunità di utilizzare le proprie risorse nella maniera più efficiente possibile. Le tasse sul lavoro e sui capitali limitano fortemente questa libertà e soffocano la produzione di ricchezza.

La riduzione della corporate tax è iniziata gradualmente negli anni 80, oggi tutti i paesi OCSE hanno una tassazione diretta sulle imprese intorno al 23,8%.Tutti gli stati hanno però un carico fiscale inferiore al 35%, si va dalla Francia con il suo 34,4% all’Ungheria con solamente il 9%.

La situazione statunitense è migliorata assai con l’elezione del Tycoon, grazie al “Tax Cuts and Jobs Act” repubblicano che ha portato la “business tax” dal 35% al 25,7% prendendo in considerazione anche le tasse locali.

Questa riforma, ha condotto a cambiamenti epocali, oltre ad una disoccupazione ai minimi storici, soprattutto per la comunità afroamericana, i cittadini statunitensi hanno visto finalmente più soldi nella busta paga. La crescita salariale segna infatti un record decennale, gli stipendi non sono mai cresciuti così tanto dal 2008 ad oggi.

Salario orario medio del settore privato. 2008-2019. Fonte: Bureau of Labor Statistics via Fred Data

Insomma, l’ennesima dimostrazione che i due anni (2017-2018) in cui i Repubblicani avevano il controllo totale del congresso, sono riusciti a far tornare competitiva l’economia americana creando prosperità soprattutto per l’americano medio.

La vera minaccia è rappresentata dai Democratici che in nome di una finta uguaglianza sociale, che non esiste e mai esisterà, sono disposti a ribaltare tutto quanto fatto da Trump fino ad ora, aumentando di conseguenza la povertà.

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