La Fed taglia i tassi d’interesse – per la prima volta dal dicembre del 2008: Trump: “Come al solito Powell ci ha deluso”

La Federal Reserve annuncia il primo taglio dei tassi dal dicembre del 2008 e mette fine alla riduzione del suo bilancio, due mesi prima del previsto. Una mossa prudente per alcuni, una concessione a Trump per altri.

La Federal Reserve taglia i tassi d’interesse al 2-2,25% – per la prima volta dal dicembre del 2008. Trump: “Come al solito Powell ci ha deluso”. Ecco perché la Fed ha tagliato i tassi e come mai Trump non ne è così contento.

Come ampiamente atteso, la Federal Reserve, ovvero la banca centrale americana, ha annunciato il primo taglio dei tassi d’interesse dal dicembre del 2008, quando – nel pieno della crisi finanziaria – li aveva portati al minimo storico – cioè allo 0-0,25%.

Il Federal Open Market Committee – il braccio della politica monetaria della banca centrale Usa – ha deciso di ridurre il costo del denaro di 25 punti base, cioè al 2-2,25%.

Scelta in controtendenza, dato che, appena nel dicembre del 2018, infatti, la Fed aveva alzato i tassi per la quarta volta in quell’anno; la nona da quando, nel dicembre del 2015, l’allora governatrice Janet Yellen annunciò il primo rialzo del costo del denaro dal giugno del 2006.

Sui dieci membri del Federal Open Market Committee con potere di voto, in 8 hanno votato a favore della decisione odierna. I due dissidenti sono stati Esther George (Fed Kansas City) e Eric Rosengren (Fed di Boston), che avrebbero voluto lasciare i tassi fermi.

Entro il mese che sta per iniziare, la Federal Reserve ha anche deciso di mettere fine, con due mesi di anticipo, alla riduzione del suo bilancio, “gonfiato” negli anni della crisi da tre round di acquisti di Treasury e bond ipotecari. Attualmente, il bilancio della Fed vale circa 3.800 miliardi (il suo “picco”, pari a 4.500 miliardi di dollari, era stato raggiunto tra il 2015 e il 2016).

La Federal Reserve ha ribadito che:

… agirà in modo appropriato per sostenere l’espansione, con un mercato del lavoro forte e un’inflazione vicina all’obiettivo simmetrico del 2%.

Alla luce delle incertezze e delle pressioni inflative assenti, la Fed ha anche detto che:

… continuerà a monitorare le implicazioni dei dati in arrivo per l’outlook economico.

Di conseguenza, la banca centrale prende tempo nel “contemplare la rotta futura dei tassi”.

Per il momento, la Fed ha ribadito di aspettarsi che negli Stati Uniti l’espansione “sostenuta” dell’attività economica continui con condizioni del mercato del lavoro “forti” e un’inflazione “vicina” al target pari ad una crescita annuale del 2% (la crescita reale registrata è però mediamente più alta).

Tuttavia, dice anche che:

… le incertezze per questo outlook restano.

Nel comunicato diffuso alla fine della sua riunione, la Fed ha parlato di una attività economica che “sta crescendo ad un tasso moderato”, ossia meno del “tasso solido”. Identica anche la frase in merito ad un “mercato del lavoro che resta solido”; il tasso di disoccupazione è rimasto “basso” (a giugno al 3,7%, vicino ai minimi di metà secolo).

L’inflazione, denuncia infine la Fed, continua a restare sotto il target del 2% e che le aspettative di lungo termine del dato inflazionistico sono “cambiate di poco”.

Jerome Powell: “Non è l’inizio di una lunga serie”

Jerome Powell, il governatore della Federal Reserve (Fed)
subentrato a Janet Yellen nel 2018

La Federal Reserve ha dato agli investitori quello che si aspettavano, ma non ha però fornito la chiarezza attesa sulle sue mosse future. Per questo i mercati, così come il Presidente Donald Trump, non hanno gradito.

Il governatore della Fed, Jerome Powell, non ha escluso che quello annunciato sia l’unico taglio dei tassi, ma certamente non è il primo di una lunga serie.

La Federal Reserve ha dato agli investitori quello che si aspettavano, ma non ha però fornito la chiarezza attesa sulle sue mosse future. Per questo i mercati non hanno gradito, ed infatti, non appena è stata annunciata la decisione, l’indice Dow Jones, che era rimasto invariato, è sceso dello 0,3% – mentre il dollaro si è rafforzato rispetto all’euro ed i titoli di stato americani a due anni sono stati venduti.

La riduzione dei tassi di 25 punti base era ampiamente prevista, ma forse quello che i mercati (come il Presidente) volevano era sentirsi dire dell’arrivo – certo – di altri tagli da parte della banca centrale americana. Non a caso, Donald Trump si è subito lamentato, sostenendo che il governatore Jerome Powell “ha deluso”.

Nel comunicato diffuso, la Fed ha ribadito che avrebbe agito in modo appropriato per sostenere l’espansione, con un mercato del lavoro forte e un’inflazione vicina all’obiettivo simmetrico del 2%. In conferenza stampa, tuttavia, Powell non ha voluto invece sbilanciarsi.

Il taglio dei tassi “non è l’inizio di una lunga serie di tagli dei tassi” ma non è nemmeno l’unico che potrebbe esserci, ha spiegato – molto “democristianamente” – lo stesso Powell, ribadendo che tutto dipenderà dal quadro economico e dai rischi che arrivano dall’estero

Quando si pensa a un ciclo accomodante, i tassi vengono tagliati per un lungo periodo. L’Fomc (il Federal Open Market Committee n.d.r.) non sta vedendo questo. Lo vedrebbe, se ci fosse un serio indebolimento dell’economia che richiedere un notevole taglio dei tassi. Non stiamo osservando questo. Quello che vediamo è che è appropriato aggiustare la politica monetaria a favore di una politica un po’ più accomodante.

Offrendo questo chiarimento, ha parlato di un “aggiustamento di metà ciclo” della politica monetaria, ma deludendo così chi sperava che la mossa avrebbe segnato l’inizio di un “ciclo espansivo” – esattamente come quello cominciato nel settembre del 2007, quando i tassi furono ridotti di 50 punti base (al 4,75%).

Powell ha descritto il taglio dei tassi come una mossa preventiva, una sorta di “assicurazione” per…

proteggere l’economia americana da rischi negativi dati da una crescita mondiale debole e dall’incertezza data dalla politica commerciale.

Per il momento l’outlook statunitense resta “favorevole” e non c’è nulla nell’economia più grande al mondo che “pone una notevole minaccia nel breve termine”.

Powell ha infine evitato qualsiasi riferimento al Presidente, Donald Trump, che negli ultimi giorni aveva chiesto un “grande” taglio dei tassi – certamente superiore ai 25 punti base – sottolineando come la Fed non taglierà mai i tassi in risposta a un pressing politico.

La Fed taglia i tassi d’interesse ma a Trump non basta

Il presidente Donald Trump

[Jerome Powell n.d.r.] Ha fatto tutte le mosse sbagliate. Un taglio dei tassi contenuto non è abbastanza, ma vinceremo lo stesso.

Donald J. Trump @realDonaldTrump

Delusi i mercati e il Presidente Donald Trump, che ha infatti twittato:

Quello che il mercato voleva sentire era che questo era l’inizio di un ciclo lungo e deciso di tagli dei tassi che starebbe al passo con la Cina, la Ue e altri Paesi nel Mondo.

Donald J. Trump @realDonaldTrump

Trump ha aggiunto:

Come al solito Powell ci ha deluso ma almeno ha messo fine alle quantitative tightening, che non sarebbe dovuto nemmeno iniziare.

Donald J. Trump @realDonaldTrump

Già alla vigilia del primo taglio dei tassi – ormai da dieci anni a questa parte – della Fed, Trump ha attaccato la banca centrale con un tweet, riferendosi alle elezioni del 2020. Una serie di pressioni che la Casa Bianca prosegue da mesi, arrivando a definire l’istituto guidato da Jerome Powell come “un cappio al collo” o “un bambino cocciuto”.

L’Europa e la Cina ridurranno ulteriormente i loro tassi di interesse e pomperanno fondi nei loro sistemi, così da rendere più facile per i loro produttori vendere i loro prodotti. Allo stesso tempo, con un’inflazione molto bassa, la nostra Fed non fa niente, o probabilmente farà molto poco. Male!

Donald J. Trump @realDonaldTrump

Rapporti logori, nati nel tempo dai timori del Presidente per la stabilità finanziaria degli Usa. Trump lamenta, infatti, la forza del dollaro nei confronti dell’euro. Un cambio a livelli eccessivi e che sta effettivamente rischiando di danneggiare l’economia americana.

Le reazioni sul tema: una mossa ingiustificata per alcuni, una concessione a Trump per altri.

L’annuncio dei taglio dei tassi d’interesse della Fed in un televisore a Wall Street

Il taglio dei tassi d’interesse della Fed era una mossa attesa dagli operatori, motivata dal rallentamento della crescita globale e dalle tensioni commerciali. Negli Stati Uniti la disoccupazione rimane ai minimi storici e i consumi interni elevati.

Una mossa ingiustificata per alcuni, un concessione a Trump per altri. Analisti e osservatori si sono spaccati sulla decisione della Federal Reserve di tagliare i tassi d’interesse.

Come sappiamo, una mossa attesa dagli operatori, motivata dal rallentamento della crescita globale e dalle tensioni commerciali. Negli Stati Uniti, però, la disoccupazione rimane quasi ai minimi storici e i consumi interni elevati.

Vigile l’attenzione degli operatori finanziari sulla questione dell’accordo commerciale con la Cina e sulle tensioni tra Washington e Pechino.

Sul tema è intervenuta anche l’ex presidente della Fed, Janet Yellen, dicendosi favorevole alla scelta della banca centrale.

Gli analisti hanno fatto notare che, non appena la Fed ha accennato alla possibilità di tagliare i tassi, anche Mario Draghi e la BCE (la Banca Centrale Europea) ha ricominciato a parlare di un’allentamento monetario.

Perché la Fed ha deciso di tagliare i tassi?

La sede della Federal Reserve a Washington D.C.

La Verità sul perchè la Fed ha deciso di tagliare i tassi e sul perchè Donald Trump non ne sia così contento, almeno per l’intensità con il quale è stato attuato. Tutto gira attorno al giusto stimolo da dare all’economia.

Per comprendere la decisione del taglio dei tassi della Fed e del perchè Donald Trump non ne sia così contento, almeno per l'”intensità” con il quale è stato attuato, è necessario partire da qualche premessa di fondo.

In estrema sintesi, quando si tagliano i tassi d’interesse si sta stimolando l’economia. Trump voleva che la Fed tagliasse i tassi per dare un ulteriore stimolo all’economia: esattamente quello che lui ha fatto quando, con il Tax Cuts and Jobs Act del 2017, ha tagliato le tasse – sul piano della politica fiscale. Ebbene, il taglio dei tassi equivale a fare esattamente quello che si ottiene con il taglio delle tasse, ma dal punto di vista della politica monetaria: cioè, si sta stimolando l’economia.

Il Presidente è però scontento, perchè si aspettava (cioè voleva) un taglio più netto dei tassi d’interesse: cioè, questo significa che: più basso è il tasso d’interesse, più le banche, le aziende e quindi anche i comuni cittadini, possono prendere in prestito denaro ad un costo più basso e quindi, così facendo, stimolare gli investimenti per far crescere ancora di più l’economia.

Trump chiede dunque un “grosso” taglio degli interessi, non solo perchè così si fa in modo che l’economia resti in crescita più a lungo, ma anche perchè le altre banche centrali (in particolare BCE e Bank of Japan) lo stanno già facendo! Cioè, stanno mettendo in campo più stimoli monetari rispetto a quelli che sta facendo la Fed, che è l’unica banca centrale che ha provato, in questi anni, a rialzare i tassi d’interesse – anche se di molto poco. E quindi, in conclusione, il Presidente sostiene che, se lo stanno facendo le altre banche centrali nel Mondo, allora lo dovrebbe fare anche la Fed. In definitiva, Trump vuole che la Fed stimoli l’economia, dal punto di vista monetario, proprio come lui lo ha fatto da quello fiscale.

La giustificazione che sta alla base di questo ragionamento fatto dal Presidente è che, dato che l’economia sta crescendo, se anche la Fed aiutasse con un taglio dei tassi, crescerebbe ancora di più! E anche perchè le altre banche centrali lo stanno già facendo, e in misura maggiore rispetto che all’America, dato che i tassi d’interesse in Europa e il Giappone (così come in Cina) sono più bassi. Questo non va bene per l’economia americana, perchè sarebbe una sorta di “concorrenza sleale” (in senso lato, ovviamente).

Ma la Fed non ha voluto effettuare un taglio così “netto” dei tassi, come chiesto dal Presidente, puntando il dito contro l’inflazione, la quale è sotto il 2% – troppo bassa rispetto al buon andamento dell’economia e del mercato del lavoro. Dunque, si tagliano sì i tassi, ma non si tagliano di tanto, perchè la situazione non è così grave.

Ed ecco spiegata l’affermazione, riportata nel comunicato stampa della Fed, per cui il Federal Open Market Committee non ha votato per tagliare troppo i tassi: perchè non c’è un serio indebolimento dell’economia (che richiederebbe, invece – e di conseguenza – un notevole taglio dei tassi d’interesse).

La Fed ha scelto quindi la strada della prudenza (almeno per ora).

Lo stemma della Federal Reserve

La banca centrale americana è considerata dagli esperti del settore come la prima banca centrale ad agire concretamente – e in via preventiva – per evitare una nuova crisi finanziaria, far ripartire l’inflazione e contrastare un possibile rallentamento dell’economia Usa, che – come abbiamo detto – non va per niente male, ma che molti temono possa mostrare dei segnali di cedimento – soprattutto a causa delle tensioni commerciali.

Un segnale evidente dell’incertezza data dal contesto del commercio internazionale è stato il dato sulla crescita del Pil Usa nel secondo trimestre. L’economia a “Stelle e Strisce” tra aprile e giugno è cresciuta del 2,1%. Un dato migliore dell’atteso +1,8% ma peggiore del +3,1% registrato nei primi tre mesi dell’anno. Donald Trump ha promesso una crescita del 3% quest’anno, e – per questo atteggiamento di self restraint della banca centrale – non ha mai smesso di attaccare il capo della Fed, Jerome Powell, reo di non aver assecondato le sue richieste e di non voler abbassare abbastanza i tassi d’interesse americani: incolpandolo così di avere, in questo modo, “frenato” l’economia.

Proprio pochi giorni fa – e a conferma di quello che premettevamo di sopra – infatti, Donald Trump è tornato alla carica, accusando il capo della Fed di non fare quasi nulla sui tassi rispetto all’Europa (al Giappone) e alla Cina.

L’Unione europea e la Cina abbasseranno ulteriormente i loro tassi di interesse e pomperanno denaro nei loro sistemi, rendendo molto più facile per i produttori vendere i loro prodotti. Nel frattempo, e con un’inflazione molto bassa, la nostra Fed non fa nulla, e probabilmente farà molto poco al confronto. Male!

Invero, già lo scorso 18 giugno, dopo che Mario Draghi aveva avvertito che la Bce era pronta ad agire, ripristinando, se necessario, il Quantitative easing, Trump aveva preso a pretesto quelle parole per attaccare ancora una volta Powell – tra il minaccioso e l’ammirato.

Ci vorrebbe un Draghi al suo posto!

Sentendosi quindi chiamato in causa, il governatore della Fed ha preso dunque posizione, parlando così per la prima volta di un possibile taglio “preventivo” dei tassi d’interesse americani.

In poche parole, anche la Fed, più preoccupata a dover reagire nel caso di una nuova crisi, ha finalmente assunto un atteggiamento più “proattivo”.

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