Viaggio a… Dixieland (Seconda parte)

di Stefano Magni

Negli Usa la Storia è rievocata in modo autenticamente bipartisan: ciascuno Stato, ciascuna città, ricorda con orgoglio i propri eroi, i propri caduti, che combatterono per difendere la loro terra, anche se vennero sconfitti.

Rileggi la Prima parte…

La storia della Rivoluzione Americana è benedetta e ricordata da tutti come evento fondatore. Non è raro, specie nelle città più antiche come Charleston e Savannah, imbattersi nei suoi simboli: la bandiera delle 13 Colonie e la bandiera di Gadsden (gialla con il serpente a sonagli e il motto “non calpestarmi”) si trovano esposte non solo sugli edifici storici, ma anche alla finestra di qualche privato patriota contemporaneo.

Bandiera di Gadsden a Charleston, North Carolina

Questo spirito rivoluzionario (parrà strano a un europeo) fu lo stesso che animò anche la secessione del Sud nel 1860-61.

Quando a Charleston proclamarono per primi lo scioglimento dell’Unione, i rappresentanti della Carolina del Sud erano convinti di battersi per gli stessi ideali di indipendenza (stavolta da Washington invece che da Londra) che avevano motivato anche la rivoluzione.

Al netto della schiavitù, che era una causa trasversale (anche al Sud era fiorente un’opinione anti-schiavista, anche al Nord c’erano schiavisti, come nel Maryland), la Guerra Civile venne vissuta dai sudisti come una seconda guerra di indipendenza. E questo spiega perché la sua memoria sia, se non celebrata, quantomeno rispettata.

A tener vive le idee di autodeterminazione, individuale oltre che statale, furono pensatori quali il vicepresidente John Calhoun (1782-1850), la cui statua, nel centro di Charleston, è oggetto di una polemica molto vivace, fra chi la vorrebbe abbattere e chi la vorrebbe conservare. Calhoun morì prima dello scoppio della Guerra Civile, ma fu sempre un accanito difensore dei diritti degli Stati all’autodeterminazione. Per i liberali contemporanei dovrebbe essere tenuto in gran conto per la sua particolare teoria della lotta di classe, opposta a quella marxista: quella fra produttori e consumatori di tasse.

Fort Sumter, Charleston, North Carolina

Poco fuori Charleston, dopo un breve viaggio in battello attraverso le acque basse e limacciose della baia, si può e si deve visitare Fort Sumter. Fu qui che vennero sparati i primi colpi della guerra. Ad aprire il fuoco furono i sudisti (allora milizia della Carolina del Sud) contro la locale guarnigione dell’esercito federale, che occupava la fortezza strategica. I sudisti vinsero la loro prima battaglia in due giorni, quasi senza fare morti. Poi la stessa fortezza, attaccata nuovamente dai nordisti, resse l’assedio per ben 500 giorni, dal 1863 alla fine della guerra. Ai difensori di Fort Sumter la città di Charleston, riconoscente, ha dedicato un monumento sul lungomare, sulla via in cui sorgeva la vecchia batteria costiera. E gli “antifascisti” hanno subito provveduto ad imbrattarla con vernice rossa, a metà giugno. 

Monumento ai difensori di Fort Sumter, Charleston, North Carolina

Quel che si nota, comunque, in ogni città del Sud, è la presenza di monumenti a generali o ai caduti, dell’esercito confederato. E’ un tributo agli sconfitti che in Italia sarebbe inconcepibile: nel nostro Paese non esiste storia al di fuori di quella raccontata dagli unificatori, al Sud non troveremmo mai monumenti ai caduti borbonici del 1860, tanto per fare un esempio.

Negli Usa, invece, la Storia è rievocata in modo autenticamente bipartisan: ciascuno Stato, ciascuna città, ricorda con orgoglio i propri eroi, i propri caduti, che combatterono per difendere la loro terra, anche se vennero sconfitti.

Persino ad Atlanta, città di Martin Luther King e dei diritti civili, di fronte al Campidoglio c’è la statua equestre del generale sudista Gordon, comandante delle truppe da montagna georgiane.

La statua equestre del generale sudista Gordon, davanti al Campidoglio di Atlanta, Georgia

Ed è attorno a questi monumenti che è scoppiata la guerra per la memoria, un conflitto recentissimo. Lo spettacolo desolante della guerriglia urbana di Charlottesville, combattuta da autentici fascisti da una parte, contro autentici comunisti dall’altra, era originato dalla rimozione del monumento equestre del generale Lee, comandante in capo dei Confederati. Questo conflitto è alimentato da gruppi di estrema sinistra che nulla hanno a che fare con la storia americana. A cui rispondono gruppi di estrema destra che non hanno nulla a che fare con la tradizione politica americana.

La furia iconoclasta dei nuovi progressisti vuol distruggere i monumenti di Lee e di Calhoun, così come quelli di Colombo. Dicono di odiare il razzismo, in realtà odiano l’America e la civiltà occidentale nel suo complesso, nel nome di un primitivismo (elogio del “buon selvaggio” pre-colombiano) che ricorda da vicino il pensiero dell’anti-illuminista Rousseau.  

Fine.

La furia iconoclasta dei nuovi progressisti vuol distruggere i monumenti di Lee e di Calhoun, così come quelli di Colombo. Dicono di odiare il razzismo, in realtà odiano l’America e la civiltà occidentale nel suo complesso.

“Civil Rights Walk of Fame” ad Atlanta, Georgia

Stefano Magni è giornalista e saggista. Si è laureato in Scienze Politiche all’Università degli Studi di Pavia. E’ Redattore de “La Nuova Bussola Quotidiana” e già redattore esteri de L’Opinione. Collabora come associato al corso di Economic Geography presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano.

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