Rashida Tlaib paragona il boicottaggio di Israele al boicottaggio della Germania nazista, e altre storie…

Lo scorso Martedì la Camera dei rappresentanti ha votato sul BDS, una risoluzione che condanna qualsiasi campagna di boicottaggio contro lo stato di Israele. La risoluzione è passata con una maggioranza schiacciante: 398 voti favorevoli contro 17 contrari.

Tra i voti contrari, che vedono anche quello del rappresentante repubblicano del Kentucky Thomas Massie (unico esponente del GOP ad aver votato contro la risoluzione, ovviamente non potevano mancare quelli di: Alexandria Ocasio- Cortez (D-New York), Ilhan Omar (D- Minnesota) e ovviamente quello di Rashida Tlaib (D- Michigan).

A colpire l’opinione pubblica sono state proprio le motivazioni portate dalla Tlaib, che ha difeso il boicottaggio dello stato ebraico, paragonandolo al “boicottaggio” (?) degli Stati Uniti nei confronti della Germania nazista. 

Gli americani hanno boicottato la Germania nazista in risposta alla disumanizzazione, alla prigione e al genocidio del popolo ebraico.

Ha detto Martedì motivando la propria scelta. Nel corso del suo discorso – che deve aver mandato in autocombustione almeno mezzo milione di libri di storia – la rappresentante del Minnesota si è cimentata in altri arditissimi paragoni – uno più azzeccato dell’altro.

Il diritto al boicottaggio è profondamente radicato nel tessuto del nostro paese. Cos’è stato il Boston Tea Party se non un boicottaggio? Dove saremmo ora senza il boicottaggio guidato dagli attivisti per i diritti civili negli anni ’50 e ’60 come il boicottaggio degli autobus Montgomery e il boicottaggio dell’uva United Farm Workers?

In poche parole, la Tlaib, oltre ad aver dichiarato la volontà, di alcuni, di affossare l’economia dell’unica democrazia occidentale in medioriente, che  ha la sola colpa di voler esistere e di volersi difendere da vicini particolarmente bellicosi, ha paragonato il “boicottaggio”, che vuol fare, alle seguenti cose:

Al Boston Tea Party, ma che altro non fu una protesta contro i dazi che il Regno Unito imponeva alle tredici colonie americane, le quali (tra le altre cose) erano anche stufe, giustamente, di pagare le tasse a sua maestà Re Giorgio III senza ricevere nemmeno uno straccio di rappresentanza parlamentare.

Alle proteste per i diritti civili dei neri, un movimento che non ha avuto solo boy scout al suo interno. Infatti, assieme a Martin Luther King – che effettivamente si batteva affinché bianchi e neri potessero vivere insieme e con gli stessi diritti – si trovavano anche personaggi come  Malcolm X, la Nation of Islam e le Black Panther. Movimenti suprematisti neri che – oltre ad essere pervasi da un vomitevole antisemitismo – predicavano a loro volta la separazione tra neri e bianchi. Basti pensare che la Nation of Islam invitò ad una riunione una delegazione dell’American Nazy Party per discutere di un progetto che vedeva la creazione di stati solo per neri e di stati solo per bianchi.

I deliri non finiscono qui. La Tlaib, in quanto figlia di “immigrati palestinesinon sopporterebbe alcuna restrizione al diritto di “boicottare le politiche razziste del governo e dello stato di Israele“.

Negli anni ’80, molti di noi in questo stesso corpo boicottarono beni sudafricani nella lotta contro l’apartheid. Il nostro diritto alla libertà di parola è minacciato da questa risoluzione. Stabilisce un precedente pericoloso perché tenta di delegittimare il discorso politico di un determinato popolo e di inviare un messaggio che il nostro governo può agire e agirà contro ogni discorso che non gli piace.

Il discorso non fa piega. Si paragona la segregazione razziale in Sud Africa, situazione oggi ribaltata e con risvolti ancora più drammatici, alla realtà di un paese dove musulmani, ebrei e cristiani godono degli stessi diritti; dove musulmani, ebrei e cristiani lavorano assieme; dove nell’IDF (l’esercito di difesa israeliano) servono anche soldati arabi di fede musulmana; dove, paese unico nel Medio oriente, si può organizzare un gay pride senza che intervengano le forze dell’ordine a disperdere i manifestanti.

Non solo, questo discorso trascura tranquillamente uno dei pilastri della democrazia americana: quello di bilanciamento delle libertà. Vale a dire che “la mia libertà finisce dove inizia quella di un altro”. La libertà di dire tutto ciò che ci passa per la testa finisce nel momento in cui le nostre parole possono ledere qualcun’altro o, in questo caso, avere gravi conseguenze sull’economia di un Paese amico.

Torniamo al paragone iniziale: boicottaggio di Israele = boicottaggio degli Stati Uniti ai danni della Germania nazista. Premettendo che gli Stati Uniti scesero direttamente in guerra contro il Terzo Reich, e non passarono nemmeno per il “boicottaggio”, e lo fecero sicuramente anche per interessi geopolitici (un po’ di sano realismo non fa mai male) ma restituirono la libertà a gran parte dell’Europa e della regione Pacifica, cadute sotto le mire imperialistiche ed espansionistiche della Germania hitleriana e dell’Impero nipponico. Occorre dire anche che, mentre gli ebrei combatterono sempre al fianco degli Alleati anglo-americani, fu proprio la popolazione arabo-palestinese a combattere nell’Asse, grazie al contributo del muftì Amin al- Husseini che facilitò il reclutamento di soldati arabi-musulmani nelle Waffen-SS. Famosa una sua foto in bianco e nero che lo ritrae in visita alle Waffen-SS bosniache-musulmane.

Ma il paragone non è nuovo all’interno del fronte democrat. Il BDS, infatti, nasce in risposta ad una risoluzione introdotta dalla rappresentante democratica del Minnesota, Ilhan Omar, per rafforzare il “diritto” a boicottare lo stato di Israele.

Gli americani di coscienza hanno una storia orgogliosa di partecipazione ai boicottaggi per difendere i diritti umani all’estero, tra cui boicottare la Germania nazista dal marzo 1933 all’ottobre 1941 in risposta alla disumanizzazione del popolo ebraico in vista dell’Olocausto.

Ha affermato la Omar, introducendo la risoluzione.

Oggi più che mai quello dell’asino sembra un simbolo azzeccatissimo per i democrats.

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