Boris Johnson è il nuovo leader dei Tory. E Oggi sarà nominato premier. Trump: “E’ un grande!”

Lʼex Sindaco di Londra è un paladino della Brexit ed è pronto a uscire dallʼUe – anche con un “no deal”. 

Boris Johnson è il nuovo leader dei conservatori britannici. Un bagno di voti per l’ex Sindaco di Londra, che ha stravinto la consultazione tra i 160 mila membri dei Tory per la successione di Theresa May. Johnson ha ricevuto 92 mila preferenze ed ha sconfitto il suo ultimo rivale alla leadership Jeremy Hunt (47 mila voti). Oggi (mercoledì) sarà nominato premier. Dopo l’elezione, ha scherzato rivolgendosi a chi lo ha votato:

So che ci sarà chi contesterà la saggezza della vostra decisione

Oggi, mercoledì 24 luglio 2019, si insedierà a Downing Street come primo ministro britannico, al posto di Theresa May.

Donald Trump dice che Boris Johnson è un grande

Entusiasta anche Donald Trump. Il Presidente americano ha scritto su Twitter

Congratulazioni a Boris Johnson per essere stato scelto come nuovo primo ministro del Regno Unito. Sarà un grande!

Donald J. Trump @realDonaldTrump

pochi minuti dopo l’elezione di Johnson a capo del partito conservatore.

La scorsa settimana, Trump aveva detto di non vedere l’ora di poter lavorare con Johnson. Parlando alla stampa dalla Casa Bianca, Trump aveva affermato:

Boris Johnson mi piace […] credo che sistemerà le cose…

dopo il “brutto lavoro” fatto dalla May.

Credo che avremo un ottimo rapporto

Già a giugno, durante la visita di Stato a Londra, Trump si era espresso favorevolmente su Johnson:

Conosco Boris, mi piace, mi piace da molto tempo. Penso che farebbe un ottimo lavoro…

… da primo ministro.

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Chi è Boris Johnson, il nuovo premier britannico

Personaggio irriverente e fermo sostenitore della Brexit

Di lui molti dicono, amici o detrattori: “Un clown travestito da politico”. “Il nuovo Churchill”. “Un bugiardo seriale, mosso da un egotismo titanico”. “L’unico deputato che supera, per celebrità, qualsiasi Star della TV”.

Ma, in sintesi, “Boris è Boris”. Per esaltarne le qualità comunicative, ma anche per giustificarne le ricorrenti gaffe. Unico nel suo genere, diverso da qualsiasi altro Premier del passato.

E’ certamente un Tory atipico, liberista in economia, contro le ingerenze statali, ma profondamente liberale nei diritti civili (è a favore dei matrimoni gay). E’ figlio dell’alta borghesia bohémien britannica che coltiva l’eccentricità come valore identitario. Colto, provocatorio, insolente, soprattutto profondamente divisivo. 

Boris Johnson, nato Alexander Boris de Pfeffel Johnson a New York (Stati Uniti) il 19 giugno 1964. Da bambino, Johnson vive a New York, Londra e Bruxelles prima di entrare al college in Inghilterra. Vince una borsa di studio per l’Eton College e in seguito sceglie gli studi classici al Balliol College di Oxford, dove è presidente di Oxford Union.

Dopo aver lavorato brevemente come consulente gestionale, Johnson intraprende la carriera nel giornalismo. Inizia come reporter per The Times nel 1987, ma viene licenziato per aver inventato una finta citazione. In seguito inizia a lavorare per The Daily Telegraph, dove svolge il ruolo di corrispondente per la Comunità Europea (1989-94) e in seguito quello di assistente al montaggio (1994-99). Nel 1994 Johnson diventa editorialista politico per The Spectator e nel 1999 viene nominato direttore della rivista, mansione che ricoprirà fino al 2005.

La carriera politica di Boris Johnson

Nel 1997 Johnson viene candidato per il partito conservatore alla Camera dei Comuni, ma perde in modo consistente contro l’esponente del partito laburista. Poco dopo, inizia a partecipare a vari programmi televisivi, a partire dal 1998, come ospite del talk. La sua personalità sui generis e le sue osservazioni occasionalmente irriverenti lo rendono un opinionista di punta.

Johnson si propone nuovamente per il Parlamento nel 2001, questa volta vincendo la sfida per il collegio elettorale di Henley-on-Thames. Sebbene continuasse a comparire frequentemente nei vari programmi televisivi e fosse diventato uno dei politici più famosi del Paese, l’ascesa politica di Johnson viene minacciata in diversi episodi (le scuse alla città di Liverpool per un editoriale o il siluramento come ministro “ombra” alla Arti) nononostante i quali viene comunque rieletto nel 2005.

Sindaco di Londra

Johnson partecipa alle elezioni per il sindaco di Londra nel luglio 2007, sfidando il laburista Ken Livingstone, concentrandosi su questioni come criminalità e trasporti. Il 1° maggio 2008, Johnson ottiene una vittoria di misura, considerata da molti commentatori come un “ripudio” nei confronti del governo laburista guidato da Gordon Brown. Nel 2012 viene rieletto sindaco di Londra, battendo nuovamente Livingstone. La sua vittoria è uno dei pochi successi del Partito Conservatore nella tornata elettorale non facile di quell’anno.

Johnson ritorna in Parlamento nel 2015, nell’elezione vede il Partito Conservatore conquistare la sua prima maggioranza netta dall’inizio degli anni 2000. La vittoria alimenta la speculazione che lo vedeva pronto a sfidare il primo ministro David Cameron per il ruolo di guida del Partito Conservatore.

La Brexit

Prima di lasciare la carica di Sindaco – avendo scelto di non candidarsi alle elezioni del 2016 – Johnson diventa il portavoce principale della campagna per il «Leave» in vista del referendum sulla Brexit del 23 giugno 2016 sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. Si scontra con Cameron, il principale sostenitore del fronte “Remain”.

Una volta arrivati il risultato del referendum – il 52% per il LeaveCameron si dimette da primo ministro, dichiarando che il suo successore dovrà supervisionare i negoziati con l’UE sulla Brexit. Molti osservatori credono dunque che la strada per l’ascesa di Johnson alla leadership del partito e alla carica di premier sia ormai spianata.

Ma alla fine di giugno, ormai pronto ad annunciare la sua candidatura, viene però abbandonato dal suo alleato chiave nonché presidente della campagna elettorale, Michael Gove, il segretario alla giustizia. Gove, che aveva lavorato a fianco di Johnson nella campagna «Leave», ritiene che Johnson non possa “ricoprire la leadership o costruire il team per il compito da svolgere” e, anzi, annuncia la propria. Molti sostenitori di Johnson decidono di schierarsi quindi con Gove e così Johnson decide di ritirare la sua candidatura alla guida del Partito Conservatore.

Quando Theresa May vince la leadership del Partito Conservatore e diventa primo ministro, nomina Johnson come Segretario agli affari esteri, e riprende il suo seggio alla Camera dei Comuni alle elezioni anticipate del giugno 2017.

Johnson è un forte sostenitore della “Hard Brexit”: pubblicamente, e non sempre con tatto, chiede alla May di non mettere a rischio l’autonomia britannica nel tentativo di mantenere un buon funzionamento del mercato comune ed è sempre stato fortemente un oppositore della “politica di appeasement” del primo ministro con l’Unione Europea.

Dopo le dimissioni del Segretario alla Brexit, David Davis, Johnson ne segue l’esempio il giorno seguente e si dimette da ministro per protesta contro la linea “morbida” per l’uscita dall’Unione europea sostenuta dal governo May. Viene dunque chiamato proprio Jeremy Hunt, segretario alla salute, per sostituire Johnson agli affari esteri.

La candidatura alla guida del Partito conservatore

Johnson inzia dunque a preparare il terreno per la mossa che tutti aspettavano: la candidatura alla guida del Partito conservatore. Una mossa che si concretizza a maggio 2019, alla vigilia delle dimissioni della premier May, quando Johnson ufficializza la sua corsa alla leadership dei Tories. Fin da subito è chiaro che Boris è il favorito, premiato dalla linea che vuole tenere aperta l’opzione di una uscita senza accordo dall’UE e rifiutando l’accordo sul “backstop” del confine irlandese.

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