Il caso dell’ambasciatore britannico: la “vecchia” leadership dei Tories al canto del cigno

La pubblicazione delle dichiarazioni dell’ambasciatore britannico in America Kim Darroch sono oramai diventate un notevole incidente diplomatico tra il governo di Sua Maestà e quello americano.

Dopo la pubblicazione di un memo riservato nel quale Kim Darroch , ambasciatore britanni negli Stati Uniti, definiva inetta e incompetente l’amministrazione Trump, il Primo Ministro dimissionario Theresa May ha preso le difese del proprio connazionale.

Londra ha infatti chiarito come, nonostante ritenga disdicevole l’incidente e reputi fondamentale la relazione con Washington, non possa rinunciare ad un corpo diplomatico franco e obiettivo.

La risposta di Donald Trump

A queste dichiarazioni il presidente Donald J.Trump ha risposto criticando duramente con un tweet l’operato della May, accusata di aver commesso un disastro nella gestione della Brexit e un aperto rallegramento per la fine imminente del gabinetto guidato della premier britannica.

I rapporti futuri tra Tories e GOP

Ciò evidenzia in maniera chiara quanto oggi siano diventati distanti gli orizzonti dei Tories e quelli del GOP nella “fase” May-Trump, che sta tuttavia avviandosi ad una rapida fine.

Se infatti la presidenza americana è figlia di un, generale e deciso, spostamento a destra del partito repubblicano, che fu di Lincoln, Eisnowher e Reagan, viceversa, il Partito Conservatore britannico – in questi anni – ha avuto una “leadership” incentrata più su figure della “sinistra” conservative, a partire da David Cameron e poi dalla stessa Theresa May, ed è stato quindi eroso, specialmente “da destra”, dagli esperimenti politici di Nigel Farage (prima con l’Ukip e da ultimo con il Brexit Party) e schiacciato anche da una cultura britannica mainstream ancor più dominata dal pensiero liberal rispetto a quella americana (cui l’elezione di Trump ha dato un bello scossone).

Come se non bastasse, la matassa della Brexit ha visto i Tories sì ancora vincenti sul socialismo di Jeremy Corbyn nelle elezioni generali anticipate del 2017, ma logorati da un dossier su cui il popolo britannico aveva costretto i dirigenti del Partito Conservatore, tra i quali, da David Cameron a Theresa May, erano pure fautori del “Remain”.

L’eterna indecisione, le divisioni interne e lo scenario sempre più complicato della politica britannica, con la ricomparsa pure di etno-nazionalismi, quali quello scozzese ed irlandese, hanno fatto il resto, portando il Partito Conservatore al suo minimo storico (in riferimento alle elezioni europee del 2019) negli ultimi anni.

Adesso spetterà ai successori della May provare a riportare in “auge” sia i destini della Gran Bretagna, connessi all’uscita del paese dalla UE, che quelli dei Tories. Jeremy Hunt ma, soprattutto, Boris Johnson sono i nomi favoriti per la successione. Conservatori classici – che non appartengono al neo conservatorismo sui generis portato da Trump oltreoceano – e purtuttavia desiderosi di riportare in auge l’anima conservatrice anglosassone, che in terra albionica sta collassando, oltre a garantire un miglioramento delle relazioni con Washington, visto che in questi anni di premierato May, nonostante le buone intenzioni e i proclami pubblici, vi sono state notevoli divergenze tra i due paesi su dossier quali Cina (con Xi Jinping accolto trionfalmente come un imperatore a Londra) o Iran, dove Londra ha seguito la “politica” di Bruxelles, Parigi e Berlino.

Si prospetta quindi un riavvicinamento tra le due anime maggiori del conservatorismo anglosassone nel Mondo? Probabile, ma lo sapremo solamente tra qualche mese. Possiamo tuttavia dire con certezza che, sotto la May, questi rapporti storici portati al loro acme da Trump e la Tatcher sono arrivati al loro minimo storico.

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