Francis Scott Fitzgerald: lo scrittore americano che ci ha raccontato la “Lost Generation” (la generazione perduta)

Nessuno scrittore ha saputo meglio raccontare la Génération Perdue (la Generazione perduta) più di quanto abbia fatto Francis Scott Fitzgerald.

Ne comprendeva il vibrante ritmo della sua musica – il jazz -, e l’esuberanza dei suoi eccessi. Ne comprendeva la sfrontatezza e la malinconia. Per questo motivo fu in grado di produrre una letteratura autentica, talvolta vivace, altre volte ancora oppressa e opprimente ma sempre sofferta e necessaria, come il suo bisogno di scrivere.

F. Scott Fitzgerald: Una sorta di grandezza epica, scritto da Tiziano Brignoli, analizza la letteratura di Fitzgerald attraverso un profilo biografico e psicologico dello stesso. Per comprendere l’ampiezza e l’intensità tonale della scrittura di Scott, infatti, bisogna prima di tutto comprendere come l’aspetto autobiografico e sociale diventavano parte integrante – nonché predominante – di quasi ogni suo libro.

Come l’autore ha scritto: Fitzgerald era il protagonista di se stesso.

Fin dal suo primo romanzo pubblicato, Di qua dal Paradiso, Scott si pose l’obiettivo di diventare il narratore principale della sua generazione. Volle raccontare la vita sociale, e non solo scolastica, all’interno dei college americani – Princeton su tutti -, e dell’attiva e vivace vita dei nuovi collegiali americani che non aspettavano altro che il nuovo decennio post guerra – il 1920 – per dare sfogo a se stessi. Il 1920: un’epoca che l’autore ha definito boozer generation. La generazione americana a più alto tasso alcolico.

E’ per questo motivo che il primo libro di Fitzgerald è anche il libro più importante per comprendere appieno i primi fuochi della società dell’epoca.

Attraverso Il grande Gatsby, invece, Scott riprodusse sotto forma di letteratura il carattere americano e i numerosi significati sottostanti all’interno dei comportanti quotidiani di chi abita questo poliedrico Paese.

Brignoli ha poi analizzato Tenera è la notte, il quarto (e ultimo romanzo pubblicato in vita) di Fitzgerald. Profondamente sofferto, toccante, in un certo modo autodistruttivo. Più semplicemente la vita romanzata dei precedenti dieci anni fra Scott e Zelda.

L’autore ha inoltre approfondito anche la letteratura breve di Scott, attraverso una selezione di racconti scelti, fra i più importanti da lui scritti, affinché il lettore possa meglio comprendere il talento di Fitzgerald in questo campo ma che, per essere chiari, era dettato da un sentimento di amore e odio nei loro confronti. Contribuirono a renderlo grande (anche in termini economici) e poi lo tennero in vita quando aveva l’estremo bisogno di soldi, scrivendoli più per “dovere” che per piacere.

Una sorta di grandezza epica non è una biografia, bensì un saggio breve che porterà il lettore a conoscere e approfondire meglio la letteratura di Fitzgerald, conoscendone allo stesso tempo pregi e difetti del suo carattere.

Tutto condito da quella che lo stesso Fitzgerald definì “grandezza epica”: la sua vita.

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