L’Osservatore Repubblicano intervista Massimiliano Salini: una chiacchierata sul futuro delle relazioni dell’UE con USA e Cina

Manca ormai un mese alle Elezioni Europee del 2019 e la campagna elettorale sta già entrando nel vivo degli argomenti che riguarderanno il futuro dell’Unione europea, non solo da qui ai prossimi 5 anni ma anche oltre. Tra i vari temi che muovono la competizione elettorale, riteniamo che relazioni internazionali dell’UE con gli Stati Uniti siano una questione fondamentale ma purtoppo ancora abbastanza sottovalutata nell’arena del dibattito politico, sopratutto in relazione alla sempre più ingombrante e forte presenza della Cina nello scacchiere globale. Tra gli USA e la Cina, come si muoverà e quali prospettive attendono l’Unione Europea ed il nostro Paese, anche e non solo, nei rapporti bilaterali e nelle relazioni commerciali con i cugini d’oltreoceano? Abbiamo deciso di chiederlo ai rappresentanti che siedono al Parlamento Europeo.

Ha accettato di rispondere alle nostre domande l’Europarlamentare del PPE Massimiliano Salini, già Presidente della Provincia di Cremona dal 2009 al 2014. Laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Milano, con una tesi in Diritto Costituzionale sul diritto allo studio, prima di entrare in politica ha svolto la sua attività professionale in diverse aziende nel settore privato. Qui una biografia.

D: L’Unione Europea sembra voler rispolverare il ‘disegno gollista’ di un’Europa geopoliticamente “terzaforzista”, cioè né con gli USA né con la Cina. Secondo Lei è sostenibile una posizione simile?

R: Bisogna intendersi sul termine “terzoforzismo”. Noi siamo in Occidente e stiamo con chi condivide la nostra stessa cultura e storia. L’Europa deve camminare da sola e per farlo deve essere unita perché si trova in mezzo a due giganti: solo insieme si vince. Non saremo però equidistanti da Usa e Cina: la nostra storia e il nostro modello economico ci avvicinano molto di più agli Stati Uniti. Dai quali, comunque, restiamo distinti. La Cina, invece, ad oggi resta più problematica per i nostri interessi commerciali.

D: Quale peso geopolitico avrà, con la NATO e con gli USA, il memorandum appena firmato dal governo?

R: Lo stiamo vedendo in questi giorni: guerra commerciale e dazi sui nostri prodotti. In futuro rischiamo di avere i cinesi in tutte le nostre opere più importanti, direttamente o indirettamente. L’averci svenduto alla Cina, inoltre, lascerà l’Italia isolata: siamo l’unico paese del G7 ad averlo firmato mentre gli altri, vedi la Francia, firmano accordi economici senza legarsi come abbiamo fatto noi.

D: Nel memorandum si ribadisce la volontà cinese di investire nelle nostre infrastrutture. Quanto sono importanti questi investimenti? Riusciremo a tornare ad investire in infrastrutture in Italia senza l’ausilio di un Paese straniero come la Cina? La politica commerciale e industriale del dragone orientale minaccia la nostra industria?

R: È una situazione confusa: rinunciamo ai soldi dell’Europa (vedasi la questione TAV), ma poi firmiamo accordi vincolanti con i cinesi svendendogli infrastrutture fondamentali come, ad esempio, il Porto di Trieste. Di sicuro aver aperto le porte della nostra economia senza nessuna clausola di salvaguardia per noi è sicuramente un rischio. La ‘Via della seta’ è un investimento “della Cina per la Cina” per aumentare il loro Export, non il nostro. La Cina inoltre è una minaccia, per gli interessi delle nostre industrie e dei nostri imprenditori e anche per i diritti dei nostri lavoratori. Il suo sistema semi-capitalistico è incompatibile con una vera economia di mercato. Per questo sono necessari dei correttivi.

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USA vs. Cina

D: È importante secondo lei riuscire a stringere un accordo commerciale con gli USA, tipo TTIP? Riusciremo a farlo con il nuovo Parlamento europeo?

R: È sicuramente meglio firmare accordi che regolamentano il mercato che non firmarli e rischiare di lasciare tutto senza controlli. Bisogna lavorare per creare un quadro stabile di pace commerciale, affinché le aziende possano investire a medio e lungo termine senza il peso della politica commerciale incerta che c’è oggi. È inutile, nonché dannoso, rinunciare ad accordi come il TTIP con gli Usa o il CETA con il Canada e allo stesso tempo firmare accordi con Pechino che ci espongono all’invasione di prodotti cinesi di bassa qualità.

D: In alcuni settori dell’economia europea gli standard qualitativi sono più alti rispetto a quelli statunitensi. La classe politica e dirigente europea affosserà ancora una volta un ipotetico trattato per impedire l’importazione, ad esempio, di prodotti agricoli americani?

R: Purtroppo non si può escludere. È necessario uno sforzo da parte di tutti per evitare che la situazione degeneri. Ma non bisogna dimenticare che, in un mercato aperto e liberale, è importante anche difendere i produttori locali. Negli ultimi cinque anni mi sono battuto per difendere in Europa il modello di agricoltura del “Made in Italy”, un modello intensivo basato sulla produttività, nel quale, ad esempio, la Lombardia rappresenta un’eccellenza, contro il ritorno ad un modello di agricoltura estensiva, tipico dei Paesi dell’Est e del Nord Europa, che in questi anni hanno costretto i nostri imprenditori a rincorrere obbiettivi improbabili per ottenere finanziamenti europei. È una difesa giusta e necessaria che dobbiamo portare avanti anche nei confronti del nostro partner americano, pur mantenendo, nel contempo, i migliori rapporti commerciali possibili.

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Un nuovo TTIP?

 

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