L’Operazione El Dorado Canyon, il primo attacco alla Libia

Nelle prime ore del 15 aprile 1986, la risposta di Reagan alla politica terroristica di Gheddafi fu un attacco chirurgico che cambiò, nel corso del tempo, l’atteggiamento del dittatore libico.

L’Operazione El Dorado Canyon fu uno dei raid americani più efficaci e meno conosciuti per il fatto che si svolse in una sola notte, tra il 14 e il 15 aprile 1986.

Nel gennaio di quell’anno i rapporti diplomatici tra Stati Uniti e Libia si interruppero e l’attacco americano fu la risposta ad una serie di attentati terroristici avvenuti poco prima:

  • Il massacro di passeggeri ai terminal di Roma e di Vienna il 27 dicembre 1985
  • La morte di quattro cittadini americani per una bomba nel volo TWA su Argos, in Grecia, il 2 aprile 1986
  • L’attacco terroristico che colpì la discoteca La Belle, nell’allora Berlino Ovest, che uccise tre persone, tra cui un soldato americano, con il ferimento di 220 persone, di cui 75 americani.

L’intelligence americana aveva prove schiaccianti sul fatto che il mandante fosse il Colonnello Muammar Gheddafi. A questi attentati si aggiungono le scaramucce nel Mediterraneo, nei pressi del Golfo di Sirte, nel quale Gheddafi sosteneva che tutta la zona era da considerarsi come acque territoriali libiche e non internazionali.

Il Presidente Reagan nel gennaio 1986 dichiarò

le prove del sostegno di Gheddafi al terrorismo, inclusi gli attacchi a Roma e Vienna del 27 dicembre sono inconfutabili. Sono giunto alla conclusione che il sostegno del governo libico al terrorismo internazionale è una minaccia straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti.

Ma le accuse di terrorismo verso la Libia erano vecchie di qualche decennio, ben prima della rivoluzione del Colonnello, e riguardavano anche il traffico di armi.

La U.S. Air Force in Europe (USAFE) decise di attaccare con i suoi aerei F-111 “Aardvark” del 48th Tactical Fighter Wing dalla base area di Lakenheath (Gran Bretagna) con 24 aerei (di cui sei di riserva), più altri cinque EF-111 del 42nd Electronic Combat Squadron per la scorta elettronica (cioè disturbo elettromagnetico dei radar avversari).

La U.S. Navy operava già nel Mediterraneo con due portaerei, la USS Coral Sea e la USS America e utilizzò un totale di 26 aerei da attacco (14 A-6 “Intruder”, 12 tra F/A-18 “Hornet” e A-7 “Corsair” ed EA-6B “Prowler”).

Gli aerei dell’Air Force, decollati dall’Inghilterra e scortati dagli aerei cisterna, dovettero allungare il percorso e sorvolare la costa portoghese, in quanto Spagna, Francia, Germania Ovest e Italia avevano posto restrizioni sul sorvolo del loro spazio aereo. Anni dopo si venne a sapere che sia il cancelliere tedesco Kohl che il primo ministro Craxi avrebbero approvato il passaggio nel caso di successive missioni.

Poco prima dell’attacco, fuori dal tiro della contraerea, operavano i velivoli da guerra elettronica EF-111 del 42nd ECS che iniziavano la loro azione di disturbo ai radar di preallarme libici.

La prima ondata fu eseguita dagli aerei della marina decollati dalle due portaerei nel Mar Ionio verso alle 01:51, che misero fuori uso i radar e la contraerea avversaria, colpendo l’aeroporto e le caserme nella zona di Bengasi.

I bombardieri dell’Air Force attaccavano, invece, la zona di Tripoli in tre formazioni, colpendo l’aeroporto con alcuni aerei a terra, il Comando delle forze di sicurezza e un campo d’addestramento ma non riuscirono a colpire l’alloggio del “Raìs”, che riuscì a mettersi precipitosamente in salvo poco prima dell’attacco. Un F-111 fu colpito dalla reazione della contraerea (che dopo il primo attacco della Navy su Bengasi fu allertato e non si fece cogliere di sorpresa), con la perdita dell’equipaggio, il Capitano Fernando L. Ribas-Dominici e il navigatore Paul F. Florence. Il loro velivolo cadde in mare e le ricerche vennero interrotte la sera del 15 aprile quando fu chiara la loro triste sorte.

Gli attacchi durarono una decina di minuti e alle 02.15 gli aerei erano già sulla via di ritorno: quelli della marina verso le loro portaerei e quelli dell’Air Force verso l’Inghilterra, facendo il tragitto inverso con l’utilizzo del corridoio di Gibilterra, dove ad attenderli c’era l’aerocisterna per il punto di rifornimento numero 3 (in tutto tre rifornimenti in volo all’andata e solo due al ritorno perché senza più armi a bordo). Un velivolo dovette atterrare a Rota, in Spagna, per il surriscaldamento di uno dei motori. La mattina del 15 aprile i restanti velivoli erano già tutti atterrati nella base inglese.

Con questa operazione gli Stati Uniti dimostrarono la loro capacità di colpire sia su grandi distanze sia da più vicino grazie alle portaerei. I due Comandi, marina e aviazione, polemizzarono tra loro nei giorni seguenti perché gli uni dicevano di non avevano bisogno degli altri: in sintesi si poteva ottenere successo anche solo con le portaerei o con un gruppo di aerei dall’Inghilterra. Le solite vecchie scorie di rivalità tra le forze armate americane.

Con l’Operazione El Dorado Canyon l’amministrazione Reagan ha cercato di mettere un freno a un paese che utilizzava il terrorismo per propri fini politici. La Gran Bretagna e gli Stati Uniti lo pagarono a caro prezzo con l’attentato al Boeing della PanAm del dicembre 1988, dove morirono 259 persone a bordo dell’aereo e 11 abitanti della sottostante cittadina scozzese di Lockerbie. L’IRA, il gruppo terrorista nordirlandese, ricevette nuovi finanziamenti, che erano stati precedentemente interrotti, dalle ricche casse libiche . Con le sanzioni applicate dall’ONU, alla fine, il Colonnello decise di cambiare atteggiamento e, ironia della sorte, divenne un’argine contro il terrorismo islamico, come si scoprì dopo la sconsiderata guerra del 2011, e finì come sappiamo, catturato e ucciso per mano di altri terroristi.

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