Le relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Santa Sede

35 anni fa Giovanni Paolo II e Ronald Reagan ristabilirono i rapporti ufficiali, interrotti nel 1870. Ripercorriamo brevemente il non facile rapporto tra i due Stati.

Il 9 Aprile 1984 William A. Wilson divenne il primo ambasciatore americano nella Santa Sede, ricevuto da Giovanni Paolo II.

Le relazioni si erano interrotte nel 1870 per varie circostanze, una delle quali a causa dell’Unità d’Italia, con l’ultimo tassello che vedeva Roma capitale proprio in quella data. Ma esisteva anche un atteggiamento anticattolico e una diffidenza da parte della società americana, dovuto soprattutto alla sua natura protestante.

La simpatia per la causa sudista durante la Guerra di Secessione da parte dell’allora pontefice Pio IX e l’assassinio del presidente Lincoln da parte dell’attore shakespeariano John Wilkes Booth, simpatizzante sudista e cattolico insieme a un altro complice che riusci a scappare fino ad arrivare Roma, proprio nella Santa Sede, non fecero che complicare le cose e di conseguenza, entro breve tempo, i rapporti si chiusero. Era un periodo storico in cui per i cattolici d’America la vita non era semplice.

Il problema stava nel fatto che una teocrazia come lo Stato Pontificio (o quel poco che ne rimaneva ormai) aveva poco a che fare con la mentalità e il dinamismo della giovane repubblica americana, nonostante l’impegno di Lord Baltimore che a fine del 1600 acquistò, per i suoi correligionari, dal re d’Inghilterra un territorio che prese poi il nome di Maryland.

C’era il sospetto, tra le comunità protestanti, che il fedele cattolico aveva come re il Papa e non gli importava né della Costituzione né dello spirito della nazione americana. Era una sorta di agente infiltrato che voleva favorire il ritorno alla tirannia distruggendo quello che avevano fin lì costruito. L’assassinio di Lincoln non fece che amplificare questa teoria del complotto. Un modo di pensare che proseguì fino agli inizi del XX secolo.

Nella Grande Guerra molti soldati americani cattolici andarono al fronte e fu per loro una sorta di riscatto sociale.

Durante la Seconda Guerra Mondiale l’inviato del presidente Franklin Delano Roosvelt lavorò con Pio XII per sfamare i rifugiati, mandare aiuti all’Est europeo e aiutare i prigionieri di guerra.

Già Roosvelt, durante i primi anni della presidenza, si sentì in dovere di includere i cattolici nella vita politica vicino alla Casa Bianca e prese da esempio alcune encicliche scritte da pontefici come Leone XIII, in anni difficili come la Grande Depressione. Ma la svolta avvenne decenni dopo con Ronald Reagan.

Da buon cristiano episcopaliano (gli anglicani d’America) avendo vissuto i turbolenti anni settanta, con la sentenza Roe vs Wade della Corte Suprema circa la legalizzazione sull’aborto, e sulla scia dei vari gruppi evangelici, come la Moral Majority, che iniziarono a includere i cattolici tra loro, anche il buon “Ronnie” sentì il bisogno di unità tra i cristiani contro il relativismo dilagante.

Conoscendo la battaglia fatta al regime comunista quando era ancora vescovo di Cracovia e appoggiando attivamente il sindacato Solidarnosc, gli chiese, durante il primo incontro nel 1982, quando l’est Europa sarebbe stato liberato dal giogo sovietico, rispose “in questa vita“. Allora Reagan stringendogli la mano gli disse “allora lavoriamo insieme!”

Quando l’ambasciatore americano presentò le sue credenziali, il Papa rinnovò la sua collaborazione

Eserciteremo gli sforzi comuni per difendere dignità e diritti della persona umana

Il cardinale Pio Langhi fu nunzio apostolico a Washington e pochi anni dopo l’URSS crollò.

Reagan vide nel Papa una delle massime autorità morali che poteva indirettamente incidere sul piano politico nella caduta dell’URSS.

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