La situazione finanziaria dell’Iran comincia a scricchiolare

I troppi fronti aperti e le sanzioni messe dall’amministrazione Trump iniziano a farsi pesanti dalle parti di Teheran.  

A quanto pare la politica estera dell’amministrazione Trump non sembra essere fallimentare o debole come ci hanno narrato i media o gli opinionisti neutrali, soprattutto per quanto riguarda il Medio Oriente. Il ritiro delle truppe da quella regione non significa assolutamente il disimpegno totale, anche per il fatto che rimangono sul campo alleati di un certo peso, come Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. E non significa lasciare la zona nelle mani della Russia, troppo frettolosamente indicata come ‘vincitrice’ dopo l’annuncio fatto da Trump del ritiro americano (promesso, tra l’altro, in campagna elettorale): Russia a cui interessa solamente mantenere il controllo delle basi aero-navali nella zona di Tartus e  Latakia (in Siria), per ritagliarsi la sua presenza nel Mediterraneo. Anche se volesse, la Russia non ne avrebbe le capacità, vista la situazione economica precaria ed un esercito dalla assai limitata capacità di proiezione: due fattori che ne limitano non indifferentemente il ruolo da superpotenza.

Anche l’aggressività dell’Iran sembra essersi ridimensionata

John Bolton, Consigliere per la sicurezza nazionale, ha spiegato molto bene la situazione iraniana in un tweet:

Per molto tempo il regime iraniano ha fomentato il terrorismo islamico e l’instabilità per espandere la sua influenza e minacciare i suoi vicini pagando un prezzo troppo basso. Ora non più! Continueremo ad applicare la massima pressione finché Teheran non abbandonerà il suo comportamento inaccettabile.

Il Segretario di Stato, Mike Pompeo, ha aggiunto in un’intervista:

Ci preoccupiamo del popolo iraniano piuttosto che dei suoi leaders. Vogliamo che gli iraniani abbiano successo e prosperino. E perché ciò accada non puoi permetterti di sperperare risorse e soldi in tutto il Medio Oriente conducendo campagne del terrore.

E se poi viene ammesso addirittura dal New York Times e dal suo corrispondente in Libano c’è da crederci sul serio, soprattutto per gli opinionisti “neutrali” con le loro analisi sempre troppo affrettate. La crisi finanziaria dell’Iran, a causa delle sanzioni e dell’uscita degli USA dal JCPOA (l’accordo sul nucleare voluto da Obama), sembra creare problemi per le milizie sciite in Siria, Iraq, Libano e Yemen. Sembra che l’Iran non sarà più in grado di finanziare progetti di espansione militare in Siria, ed i raid israeliani non fanno altro che accelerare questo problema.

La settimana scorsa, mentre Hamas tormentava Israele lanciando razzi dalla Striscia di Gaza, alcuni jet con la stella di David attaccavano un obbiettivo iraniano vicino all’aeroporto di Aleppo, in Siria. I miliziani sciiti, tra cui gli Hezbollah del Libano e la Jihad Islamica a Gaza, stanno iniziando a soffrire il mancato pagamento degli stipendi provenienti da Teheran. Lo stesso Hassan Nasrallah, capo delle milizie Hezbollah, ha dichiarato che le sanzioni USA stanno creando seri problemi.

L’errore, fatto da Obama, di togliere le sanzioni (una decisione a cui molti del suo partito, tra cui la Clinton, erano contrari) ha creato come risultato l’apertura del finanziamento iraniano verso i miliziani sciiti e ha messo a tacere un’indagine sul traffico di droga a cui traeva profitto il gruppo libanese Hezbollah per evitare di mettere in pericolo l’accordo sul nucleare. Come ha dichiarato lo Special Representative for Iran Brian Hook

Il regime iraniano non investe per il suo stesso popolo e hanno speso la bellezza di 16 miliardi di dollari per appoggiare il regime di Assad ed altre milizie in Yemen e in  Iraq.

La convinzione di Obama – oltre a quella di lasciare che i diretti interessati se la vedessero da soli in Medio Oriente – era quella che l’Iran non avrebbe la forza di fare nulla di male. Un errore clamoroso, dal momento che era già impegnato in Yemen con la minoranza Houthi, contro gli alleati a guida saudita, e per via del suo storico interesse verso l’Iraq meridionale, a maggioranza sciita. Un errore clamoroso quello di aver sottovalutato il regime degli ayatollah, così come lo è stato quello di aver appoggiato le “primavere arabe” della fratellanza musulmana.

Un errore al quale l’amministrazione Trump sembra aver trovato una soluzione, grazie al lavoro di due “falchi” come Bolton e Pompeo.

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